VECCHI ARTICOLI SU BANDA DELLA MAGLIANA E MALAVITA ROMANA su L’UNITA’, di ANGELA CAMUSO

BANDA DELLA MAGLIANA e MALAVITA ROMANA
I TESTI DI VECCHI ARTICOLI PUBBLICATI SU L’UNITA’
anni 2004-2006
di Angela Camuso

 

 

Giustiziato in auto e lasciato sull’asfalto Mauro Belmonte frequentava il litorale di Tor S.Lorenzo come Valentini, ucciso a via Pannonia sabato scorso
di Angela Camuso
“Giustiziato in macchina in una zona di campagna e poi scaraventato sul ciglio della strada: Mauro Belmonte, 34 anni, è stato ucciso nel cuore della notte sulla via Ardeatina con un solo colpo alla tempia, punizione tipica per i traditori applicata negli ambienti della criminalità organizzata. È questa la dinamica più verosimile del secondo delitto che odora di camorra accaduto a Roma negli ultimi tre giorni: dopo l’eliminazione in un bar di Porta Metronia di Giuseppe Valentini, il piccolo boss di Tor San Lorenzo soprannominato ‘Tortellino’ che gestiva il traffico di hashish persino dal carcere e che potrebbe aver «pestato i piedi» alle persone sbagliate, ieri è stata la volta di un tossicodipendente da eronia con un piccolo precedente alle spalle, residente a Tor Bellamonaca ma frequentatore anche lui di Tor San Lorenzo perchè lì abitano da tempo i suoi anziani genitori. Mauro Belmonte, la sera dell’omicidio, si trovava per l’appunto sul litorale e infatti la madre, l’ultima della famiglia ad averlo visto vivo, lo ha visto uscire dopo cena dalla sua abitazione, senza macchina, perchè il tossicodipendente non ne possedeva: il fatto che sul luogo dell’omicidio di un uomo che sembrava un disperato come tanti e sul quale indaga la polizia si sia precipitato anche il comandante del nucleo operativo dei carabinieri che hanno in mano le indagini sull’omicidio Valentini potrebbe non essere soltanto una questione di eccesso di zelo. Sono le sette del mattino quando al km 25 della via Ardeatina, in zona Santa Palomba nel comune di Ardea, il guidatore di uno scuolabus proveniente da Cecchina con tre bambini a bordo nota il cadavere supino sull’erba al di là del guard rail. L’autista pensa a un investimento pirata. Sul posto arriva una pattuglia della polizia stradale, che invece si accorge di quel foro sulla tempia destra. Il guard rail è striato di rosso e una pozza dello stesso sangue si trova esattamente sotto la testa della vittima, uccisa secondo il medico legale circa tre ore prima del ritrovamento, dunque intorno alle quattro: Mauro Belmonte, molto probabilmente, è morto pochi istanti prima di essere scaricato in strada e certo è che quando i killer gli hanno sparato l’uomo non si trovava lì di passaggio. In zona, al di là e al di qua dell’asfalto, ci sono solo vigneti per diversi chilometri. Secondo le informazioni fino a ieri in possesso della polizia sul suo conto, Mauro Belmonte, nullafacente, era personaggio della malavita di scarsissimo rilievo. Unica macchia nera sulla sua fedina penale è infatti un processo subito nel 1996 per violenza privata. Anche Giuseppe Valentini, tuttavia, che nella macchina parcheggiata a pochi passi dal bar dove è stato ucciso conservava banconote per 12.000 euro e che dunque aveva le mani in pasta in qualche grosso affare di droga, ufficialmente conduceva una vita tranquilla, perchè era uscito dal carcere alcuni anni fa e era sottoposto all’obbligo di firma. Chissà se Mauro Belmonte, per altri motivi frequentatore degli medesimi ambienti, conosceva Valentini: il cellulare del primo non è stato ritrovato addosso al cadavere a differenza del portafogli e adesso sarà compito degli investigatori della squadra mobile diretti da Alberto Intini ricostruire la rete delle amicizie pericolose di Mauro Belmonte. Dalla sua famiglia, intanto, arriva solo un urlo di dolore rancoroso per la fine di una vita spericolata già causa di tensioni tra le mura domestiche. «Mio fratello è morto! Embè? Sono affari suoi!» urla sull’uscio della sua casa a Torre Angela, la sorella Linda. Le trotterellano intorno due bambini sui tre o quattro anni. Dal viso della donna non sgorga una lacrima.
26 gennaio 2005 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 2)

Fà e «Tortellino» colleghi di mafia Ci sarebbe «Cosa Nostra» dietro le due esecuzioni degli ultimi giorni I due sarebbero stati alle dipendenze del boss della droga Mussurici
di Angela Camuso
Tortellino’ e Antonello Fà: due delitti firmati ‘Cosa Nostra’ e legati dalla stessa scia di sangue. Esecuzioni spettacolari, per dare un segnale. Tra la Spagna e Roma, dall’inizio dell’anno, si starebbe combattendo una nuova guerra di mafia per il controllo del traffico di hashish prodotto in Marocco: i due pregiudicati uccisi a colpi di pistola nella capitale, infatti, secondo le informazioni in possesso della polizia, alcuni anni fa ‘lavoravano’ insieme proprio alle dipendenze del boss trapanese Vincenzo Mussurici detto Enzo il Vecchio che Antonello Fà avrebbe ucciso il 19 gennaio scorso a Marbella per una partita di droga da 600.000 euro. Mussurici, uno dei più grandi se non il più grande importatore di hashish per l’Italia dalla Spagna all’epoca della sua amicizia con Giuseppe Valentini detto Tortellino e Antonello Fà (i carabinieri del reparto operativo di Massa Carrara coordinati da Giovanni Sabatino stimarono allora un giro d’affari colossale, si parlò di mille chilogrammi di hashish destinati al mercato soprattutto del nord Italia che ogni mese partivano dalla penisola iberica e arrivavano a Roma via nave, dove c’era un uomo romano di Mussurici poi finito in carcere che provvedeva a smistare la droga) era legato a un grosso clan mafioso di palermitani trapiantati a Torino e risultò coinvolto anche nella guerra di mafia che si scatenò nei primi anni ’90 in Versilia, quando il clan capeggiato da Carmelo Musumeci e legato ai catanesi Santapaola si scontrò contro la famiglia ligure di Ludovico Tancredi, implicato nel noto affare dell’autoparco di Milano, il cosiddetto autoparco della mafia. Ora, che si sia trattato della vendetta dei ‘picciotti’ amici di Mussurici nel caso del sardo Antonello Fà gli investigatori sarebbero convinti. Il nome del pregiudicato ammazzato lunedì pomeriggio in via di Porta Maggiore, infatti, era già da settimane nelle carte degli investigatori che stanno lavorando all’omicidio spagnolo di Enzo il Vecchio, i quali avevano individuato nel killer in moto che il 19 gennaio scorso sparò a Vincenzo Mussurici proprio Antonello Fa. Quanto a ‘Tortellino’, ucciso a Roma, in un bar di San Giovanni, soltanto tre giorni dopo l’omicidio di ‘Enzo il Vecchio’ e sempre per una partita di hashish, c’e’ per ora solo il sospetto che possa avere agito insieme a Antonello Fa per l’eliminazione del trapanese. Adesso si aspetta il ritorno dalla Spagna dei carabinieri e del pm che si occupano del caso ‘Tortellino’ per completare il quadro investigativo. Non si può escludere, d’altra parte, che lo stesso Antonello Fa sapesse di essere braccato, non tanto dalle forze dell’ordine – anche se era sua preoccupazione non essere intercettato, tanto che lo hanno ucciso proprio di fronte a una cabina telefonica – ma dai mafiosi nemici: il sardo viaggiava con l’autista fuggito subito dopo la sparatoria e che con tutta probabilità gli faceva da gorilla. Intanto, gli omicidi ‘Tortellino’ e Fa sono già all’attenzione della commissione parlamentare antimafia. Indicative le dichiarazioni di Giuseppe Lumia, capogruppo Ds alla commissione: «E’ bene monitorare con molta attenzione quello che è successo. Le analisi sugli scenari che stanno dietro ai due omicidi devono essere puntuali e rigorosi. E’ chiaro che c’è una presenza di organizzazioni mafiose che controllano il mercato della droga. Bisogna stare attenti al rapporto che c’è tra microcriminalità locali e mafia, ‘ndrangheta e camorra».
3 marzo 2005 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 2)

Esquilino, esecuzione in strada di un pregiudicato Si cercano i collegamenti con l’uccisione di «Tortellino»
di Angela Camuso
”  Era il 22 gennaio scorso lo ricordiamo, quando in un bar di San Giovanni fu ucciso il narcotrafficante Giuseppe Valentini, detto ‘Tortellino’, un bandito ambizioso, ma sottovalutato in vita dalle forze dell’ordine. Ovvio che gli investigatori, adesso, cerchino un legame tra i due delitti: Antonello Fa, ucciso mentre a un telefono pubblico, un istante prima aveva lasciato in macchina i suoi quattro telefoni cellulari: logica vuole che avesse paura di essere intercettato. «Ho visto l’assassino correre da quella parte… Io mi trovavo di fronte alla farmacia» racconta un vigilantes dell’agenzia Sipro prima di essere accompagnato in Questura insieme al titolare del ristorante cinese che sta su via di Porta Maggiore proprio all’angolo con via Pietro Micca e che ha assistito a tutta la scena dell’omicidio ma non la successiva sparatoria, riuscendo solo a notare una persona (diversa dal killer, evidentemente l’autista della Bmw) scappare a piedi su via Pietro Micca: non si trova, comunque, il bossolo del secondo proiettile e questo fa pensare che il misterioso accompagnatore della vittima possa essere rimasto ferito. Stando alle ricostruzioni fatte dagli investigatori della squadra mobile diretti da Alberto Intini, molto probabilmente Antonello Fa era seduto al sedile sul lato passeggero della Bmw prima di chiedere al suo autista di accostare e fermarsi per effettuare quella che sarebbe stata l’ultima telefonata della sua vita. Quando il pregiudicato è stato colpito, quindi, l’altra persona che era in macchina ha sentito lo sparo e forse ha subito capito quanto stava accadendo: la dinamica di questa seconda fase del delitto non è chiara ma fatto sta che il Burgman dal quale i testimoni hanno visto scendere l’assassino (lo scooterone risulta rubato a Tor Marancia lo scorso 17 febbraio) e’ stato trovato inclinato davanti al cofano della Bmw, come se chi era al volante della macchina avesse tentato di speronare il mezzo a due ruote per impedire la fuga del killer. L’abitacolo dell’auto era in disordine, con l’armadietto aperto e oggetti sparpagliati alla rinfusa sul sedile. Come se chi era nella macchina stesse cercando qualcosa con molta fretta. Forse una pistola, sospettano gli investigatori anche se la polizia scientifica non avrebbe trovato nulla di sospetto all’interno della Bmw: né armi, né denaro, né tantomeno droga. A chi doveva telefonare Antonello Fa così in gran segreto? Quando la polizia è arrivata sul posto una scheda magnetica era infilata nel telefono accanto a cui giaceva il cadavere di Antonello Fa, ma la cornetta era al suo posto. Bisognerà attendere, dunque, i tabulati per sapere se e a chi la telefonata è arrivata o se invece il pregiudicato è stato freddato prima di poter comporre il numero. Angela Camuso
1 marzo 2005 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 2)

Prescrizione vicina per Nicoletti il «banchiere della Magliana»
di Angela Camuso
“Il «banchiere» della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti, è in procinto di farla nuovamente franca davanti alla giustizia. Uno tra i processi romani più importanti che riguardano lui e i suoi due figli, quello scaturito da un’indagine mastodontica del pm Lucia Lotti sugli affari criminali del bandito-imprenditore, appare ormai avviato, inesorabilmente, verso la morte per prescrizione. La colpa, ancora una volta, è nella serie di dimenticanze o errori di qualche impiegato negli uffici giudiziari di cancelleria nonché la lentezza, elefantiaca, del calendario delle udienze davanti alla Corte d’Appello di Roma, che a partire dal settembre del 2008 ha rinviato il processo con intervalli anche di 4/5 mesi tra un’udienza e l’altra senza che peraltro, da un anno e mezzo a questa parte, il vero e proprio dibattimento sia ancora iniziato. Causa dei rinvii, fino a quello ordinato al termine dell’ultima udienza, celebrata quattro giorni fa, le mancate notifiche ad alcuni imputati del decreto di comparizione. Disguido infine risolto, seppur in maniera irrituale, con una delega da parte del presidente di sezione all’ufficiale giudiziario, che ha lavorato al posto dell’ufficio notifiche della Corte, preposto a tale incarico. Lunedì scorso, poi, un altro cavillo quasi identico ha fatto gioco alla difesa: ancora una mancata notifica a un imputato, errore commesso, stavolta da un impiegato in un ufficio di cancelleria del tribunale. Il processo a Nicoletti è stato rinviato di quasi altri due mesi, al 17 dicembre prossimo, nonostante le richieste avanzate alla Corte da parte del pubblico ministero Otello Lupacchini. Lupacchini, magistrato che fu già giudice istruttore negli anni 90 del maxi-processo alla banda della Magliana, aveva chiesto ai giudici di stralciare il giudizio dell’imputato interessato alla mancata notifica e di iniziare, nel frattempo, a processare gli altri. Insieme a Enrico Nicoletti e ai suoi figli, infatti, devono essere giudicate 35 persone. UN ALTRO SCANDALO GIUDIZIARIO Già nel 2005 il «banchiere» e i suoi eredi furono i protagonisti di uno scandalo giudiziario: tutti scarcerati per decorrenza di termini, Massimo e Tony Nicoletti in quanto il fascicolo a loro carico era rimasto in giacenza, dimenticato, appunto, in un cassetto di cancelleria per un anno e il padre Enrico a causa un errore commesso dall’allora capo della stessa sezione di quella cancelleria, il giudice Millo, che liberò Enrico Nicoletti senza avvisare il pm e di questo dovette rispondere al Csm, che lo censurò. Ora, il processo d’appello che non si riesce a celebrare risulterà prescritto tra meno di otto mesi e riguarda fatti accaduti a Roma fino al ’98, quando il «banchiere», da sempre in rapporti, tra l’altro, con emissari di ’ndrangheta e camorra, gestiva immensi capitali sporchi frutto di estorsioni, truffe, usura, che venivano investiti in attività commerciali oppure ripuliti attraverso operazioni finanziarie. Rinviato a giudizio, per associazione mafiosa Enrico Nicoletti è stato condannato in primo grado a 12 anni per la semplice associazione per delinquere. Per questo è probabile che non sconti mai la sua pena. Soltanto un verdetto di colpevolezza per associazione mafiosa allungherebbe i termini di prescrizione, attualmente in scadenza a giugno 2010. Enrico Nicoletti ha altri due importanti processi in sospeso. Uno di questi, per usura e truffe commesse in collusione con alcuni funzionari della Cassa di Risparmio di Rieti, arranca tuttora in sede d’appello a ben 9 anni di distanza dal primo verdetto, che lo ha condannato, tra gli altri reati, per estorsione e esercizio abusivo dell’attività finanziaria. È invece ancora in primo grado, a Napoli, il processo nel quale il «banchiere» della Magliana è accusato di riciclare i soldi del clan dei Casalesi. ROMA politica@unita.it
24 ottobre 2009 pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 27) nella sezione “Cronaca italia”

L’inchiesta Coppola si allarga: adesso tocca ai banchieri Indagati Bianconi (Banca delle Marche), D’Aguì (Intermobiliare) e Faenza (Italease). Ipotesi: associazioni a deliquere
di Angela Camuso
“Adesso è ufficiale. Gli uomini ai vertici degli istituti di credito che hanno foraggiato con i mutui le scorribande immobiliari di Danilo Coppola hanno ricevuto ieri un avviso di garanzia con l’accusa di associazione per delinquere e la Finanza sta indagando sulle regalie che i bancari avrebbero ricevuto in cambio della loro firma sulla concessione di quei finanziamenti. C’è, ad esempio, una casa romana a tre piani più giardino in vicolo delle Orsoline, a pochi passi da piazza Spagna, che il gruppo Coppola, secondo le accuse, avrebbe «svenduto» a Massimo Bianconi, ex direttore generale di Unicredit ed ex direttore commerciale di San Paolo-Imi proprio quando Coppola ottenne da quegli istituti di credito sostanziose erogazioni di fondi. Il dirigente, che dovrà rispondere di associazione per delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e all’ostacolo dell’attività di vigilanza da parte della Banca d’Italia, attualmente è direttore generale della Banca delle Marche, che è poi la banca che si stava attivando ad aiutare Coppola nell’acquisto del Grand Hotel di Rimini, affare poi abortito a marzo a seguito dell’arresto dell’immobiliarista. Altre new entry nell’inchiesta, per i medesimi reati, sono il torinese Pietro d’Aguì, amministratore delegato dell’Intermobiliare fino a ieri, quando ha deciso di dimettersi e Massimo Faenza, amministratore delegato di Banca Italease. Gli uomini del Nucleo di polizia valutaria della guardia di Finanza diretti da Bruno Buratti hanno perquisito gli uffici e le abitazioni dei nuovi indagati, a caccia di carte, mentre si cercano conferme su altre circostanze di interesse investigativo. Oltre alla casa al centro di Roma ci sono, ad esempio, come già accennato da l’Unità, gli orologi di valore regalati da Coppola ai suoi amici nelle banche, ma anche il verbale di trascrizione di un’intercettazione ambientale realizzata in carcere mentre Coppola parlava con la moglie Silvia Necci. L’immobiliarista romano, a Regina Coeli per un crac da 130 milioni di euro e per aver truffato il fisco per 72 milioni di euro, ricorda alla consorte di aver dato a Faenza «un sacco di miliardi», aggiungendo, poi, che Faenza non doveva «rientrare dai finanziamenti, altrimenti sarebbe successa la fine del mondo e lui avrebbe detto tutto». C’è di più, tuttavia. Sono una ventina le perquisizioni eseguite ieri e tra le persone perquisite, tutti prestanome dell’immobiliarista e due commercialisti, c’è Umberto Morzilli, grosso personaggio della malavita romana legato a Enrico Nicoletti, l’ex cassiere della banda della Magliana. Già è noto che Coppola ha acquistato un paio di proprietà da Morzilli, che tra l’altro è indagato anche per un omicidio di stampo mafioso avvenuto a Roma 3 anni fa. In quel caso fu Unicredit a finanziare l’acquisto, attraverso l’erogazione parallela di un paio di mutui. Questo escamotage, l’erogazione multipla di finanziamenti, era uno dei modi utilizzati dalle banche per aggirare i controlli della Banca d’Italia e favorire il sistema delle bare fiscali architettato da Coppola. Così, ad esempio, l’Intermobiliare, dal 2004 al marzo scorso, era arrivata ad esporsi a beneficio di Danilo Coppola per 300 milioni di euro.
4 maggio 2007 pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 14) nella sezione “Economia”

Nicoletti, nuova assoluzione shock Sentenza di proscioglimento in appello per i due figli del tesoriere della banda della Magliana Assolti dall’accusa di estorsione ma, uno dei due, condannato per una bomba contro un negozio
di Angela Camuso
“Le sette vite della famiglia Nicoletti. Sembra essere già scritto il finale di questo «romanzo criminale» fuori dalla fiction, quello sulle imprese di colui che fu il cassiere della Banda della Magliana e quello sulle gesta dei suoi degni eredi, Massimo e Tony, nella storia quasi sempre arrestati – e scarcerati e poi, almeno parzialmente, assolti – insieme all’illustre genitore. L’ultimo finale della serie, così troppo simile ai finali precedenti, è stato il verdetto di assoluzione pronunciato ieri dalla prima sezione della corte di appello di Roma nei confronti di Massimo e Antonio Nicoletti, accusati di estorsione nei confronti di un imprenditore con alcuni negozi in via della Maglianella. In primo grado Massimo era stato condannato a cinque anni e sei mesi di reclusione. Tony Nicoletti, invece, a otto anni, perché ritenuto anche l’autore materiale di un attentato intimidatorio compiuto con l’utilizzo di una bomba carta proprio ai danni di uno degli esercizi commerciali del medesimo imprenditore, costretto a causa di ripetute minacce a pagare il pizzo. La nuova sentenza, invece, ha definito non il prezzo di un’estorsione, bensì, semplicemente, il saldo di un prestito contratto con i Nicoletti il pagamento – dunque accertato di 40mila euro – effettuato da questo commerciante a favore dei figli dell’ex cassiere della Banda della Magliana. Per questo motivo, in sostanza, Massimo e Tony Nicoletti sono stati assolti: «Il fatto non sussiste», ha sentenziato la corte. Tuttavia se uno dei due Nicoletti Junior, Massimo, esce «pulito» da questo processo, Antonio, invece, una condanna, sia pur minore di quella ottenuta di primo grado, l’ha avuta. La corte d’appello lo ha infatti condannato a tre anni perché – e questo è l’aspetto più sorprendente della sentenza – lo ha ritenuto responsabile proprio di quell’attentato compito ai danni dell’imprenditore che tuttavia secondo questi giudici non fu mai vittima di un’estorsione. Enrico Nicoletti e i suoi due figli, lo ricordiamo, furono arrestati insieme, l’ultima volta, a maggio scorso per associazione mafiosa, in quanto secondo la Dda di Napoli stavano riciclando ingenti capitali provenienti dalle casse del clan camorristico dei Casalesi. A Roma, per i fatti contestati nel processo che si è concluso ieri, i tre erano finiti in carcere nel 2003, per tornare liberi due anni e mezzo dopo: i due fratelli per decorrenza dei termini di custodia cautelare dovuti a una mancata notifica, il loro padre Enrico per un parere favorevole alla scarcerazione pronunciato dal tribunale del riesame. Contro quest’ultima decisione aveva fatto ricorso la procura di Roma, contestando il pericolo di pressioni e minacce da parte degli imputati nei confronti dei testimoni chiave del processo ancora in corso nei confronti dei Nicoletti. Veniva aperta, contemporaneamente, un’indagine, ancora in corso, per capire i motivi di quella mancata notifica dei provvedimenti riguardanti Antonio e Massimo Nicoletti.
27 marzo 2007 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 1)

I regali di Coppola: Rolex e Mercedes ai banchieri
di Angela Camuso
“Adesso, da indiscrezioni sulle intercettazioni, spuntano gli orologi e le macchine regalati da Danilo Coppola ad alcuni funzionari di banca, mentre gli investigatori puntano all’estero, a quei conti correnti cifrati in Lussemburgo che conservano il tesoro delle società che controllano il gruppo Coppola. Sono queste alcune delle novità emerse a cinque giorni dall’arresto per bancarotta e riciclaggio del famoso immobiliarista romano. A proposito delle regalie ai bancari, avrebbe regalato un Rolex ad almeno un funzionario ai vertici di una delle banche particolarmente generose nei suoi confronti in quanto a erogazione di mutui senza garanzia. C’è poi una Mercedes fatta comprare a un direttore di filiale a un prezzo così basso da collocarsi fuori dal mercato. Quanto ai conti in Lussemburgo riferiti ad alcune società ufficiali di Coppola (la Tikal, la Tikal Plaza e la Sfinge) i pm stanno per far partire le rogatorie internazionali. Principale obiettivo verificare se a foraggiare quei conti siano stati capitali illeciti. Non soltanto quelli ricavati del meccanismo delle “bare fiscali”. Gli inquirenti ritengono, infatti, che il caso dei terreni venduti dall’ex componente della banda della Magliana Umberto Morzilli a Coppola potrebbe essere tutt’altro che un caso isolato: sempre a proposito di Morzilli (uno degli uomini di Nicoletti) si sa ad esempio che su una di quelle proprietà adesso di Coppola, a Rocca di Papa, Morzilli ha anche reinvestito, con un’impresa di costruzioni. Da domani, comunque, dopo l’ok dei magistrati, i parenti potranno fare visita a Coppola e ai sei collaboratori finiti in carcere. Sempre in questi giorni Coppola potrebbe essere re-interrogato. La procura è poco convinta della sua volontà di collaborare.
6 marzo 2007 pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 12) nella sezione “Interni”
L’ORDINANZA Nelle carte spunta l’uomo della Banda della Magliana
di Angela Camuso
Ci sono quelle transazioni immobiliari a favore di Coppola da parte di un pluripregiudicato per estorsione, legato a Enrico Nicoletti nonché finito nelle indagini su un paio di omicidi di stampo mafioso. C’è uno di quei quattro telefonini modificati che l’immobiliarista utilizzava per intercettare l’amante. Poi, quel cittadino rumeno, marito della domestica della madre Coppola ma anche facchino di uno dei suoi alberghi – il prestigioso «Daniel’s» dietro piazza di Spagna – che risultava proprietario di una società in grado di fare acquisti per oltre un milione di euro. Ecco alcuni degli «scheletri nell’armadio» di Coppola scoperti dagli uomini delle Fiamme Gialle. Gli affari sospetti e l’ombra di Nicoletti Si chiama Umberto Morzilli, nato a Roma il 1957, il personaggio che fa da trade d’union tra l’immobiliarista e l’ex cassiere della banda della Magliana nonché ex tesoriere di Pippo Calò, il 70enne Enrico Nicoletti, a maggio scorso ri-arrestato dalla Dia di Napoli perché avrebbe riciclato il denaro del clan camorristico dei Casalesi. Dai suoi trascorsi giudiziari accertati, nonché alla luce di alcune indagini in corso, Morzilli risulta molto vicino a Enrico Nicoletti ed è per questo che la Finanza si è soffermata su due cessioni immobiliari partite proprio da due società di Umberto Morzilli e destinate ad altrettante società di Danilo Coppola. Le transazioni sono avvenute nel 2004 e hanno riguardato due terreni, uno a Rocca di Papa, ai Castelli e l’altro in località Torgiano, in provincia di Perugia. Dopo quella data, fino a oggi, non sarebbero più state trovate tracce di rapporti di affari tra Morzilli e Coppola anche se non sono mancati i «contatti» tra i due. D’altra parte, sempre secondo la Finanza, Coppola avrebbe intrattenuto rapporti – ma senza commettere, fino a prova contraria, reati – anche con altri ex appartenenti alla banda della Magliana. Il nome di Morzilli, di recente, è emerso anche nell’indagine sull’omicidio di Antonello Fa, un trafficante internazionale di hashish ucciso a Roma nel 2005 in perfetto stile mafioso. Il facchino rumeno miliardario Si chiama Doru Trifan, facchino dell’hotel «Daniel’s», l’intestatario della società Micop, una delle sette utilizzate da Coppola per le sue truffe sistematiche e dichiarata fallita a dicembre del 2006. La Micop, nel 2004, acquista per un milione e 495mila euro una palestra di Grottaferrata e cinque giorni dopo la rivende a un’altra società del gruppo Coppola, la Aedifica, per oltre 7 milioni di euro, la quale effettua l’acquisto attraverso un mutuo. Dopo l’operazione, la Micop fa una regolare dichiarazione dei redditi ma non paga un euro di tasse, viene svuotata e i capitali distratti, mentre la Aedifica, proprio in virtù del finto acquisto, gode di facilitazioni fiscali. È questo modello, ripetuto per almeno una 20ina di volte, che gli viene contestato nell’ordinanza. Le spiate all’amante Danilo Coppola è stato indagato anche per il reato previsto dall’articolo 617 bis c.p, che punisce «l’installazione di apparecchiature atte a intercettare o impedire comunicazioni telefoniche». Erano quattro i telefonini in uso a Coppola che erano stati «modificati». Uno di questi gli serviva per intercettare l’amante.
2 marzo 2007 pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 9) nella sezione “Interni”

«Bancarotta e truffa»: arrestato Coppola L’immobiliarista si barrica in casa, poi si consegna. Con lui in manette 7 collaboratori Un «buco» di 130 milioni. E con il sistema delle «bare fiscali» sottratti all’erario 74 milioni di euro
di Angela Camuso
“ALLE SEI di mattina, quando Danilo Coppola ha aperto la porta ai finanzieri, erano già passati dieci minuti da quella strimpellata al citofono. Troppi, sebbene l’ora, secondo il comandante della pattuglia, che infatti, spazientito, ha chiamato i vigili del fuo- co. Quando, finalmente, l’immobiliarista romano si è deciso ad aprire la porta c’era anche la moglie, Silvia Necci, incinta di sei mesi, che è scoppiata a piangere. D’altra parte, non c’era solo il marito in quell’elenco delle persone in arresto: anche il fratello della donna è finito in galera, Luca Necci, che del ricco cognato faceva il prestanome. La casa che Coppola ha lasciato per trasferirsi a «Regina Coeli», – un appartamento in una villetta bi-familiare ai Castelli – è di proprietà della consorte. Lui, Danilo Coppola, risulta invece ancora residente a Roma, in via della Bolognetta, ovvero presso l’anziana madre, alla borgata Finocchio. La sua vera abitazione è tuttavia ancora un’altra, all’interno del consorzio «Torre Gaia», sempre nella zona sud della capitale: una proprietà che confina con quella di Enrico Nicoletti, l’ex cassiere della Banda della Magliana. Associazione per delinquere finalizzata alla bancarotta, all’appropriazione indebita, al reimpiego di capitali illeciti, al falso in atto pubblico e all’evasione fiscale. Questi i reati per i quali gli uomini del Nucleo Speciale Polizia valutaria della Guardia di Finanza di Roma diretti dal colonnello Bruno Buratti, insieme ai colleghi di altri reparti del nucleo provinciale della capitale, hanno condotto in carcere l’immobiliarista, un anno fa indicato tra i «furbetti» del quartierino perché protagonista delle scalate Antonveneta e Bnl. Coppola avrebbe truffato il fisco, dal 2004 a oggi, per 72 milioni di euro, il tutto attraverso un sistema sempre uguale di compravendite fittizie di immobili: a effettuare le false vendite erano infatti società sempre riferibili al suo gruppo, le quali, poi, venivano lasciate «morire» e i capitali da queste accumulati (in tutto 130 milioni di euro) distratti e reinvestiti in azioni e nuovi immobili. Insieme a Coppola, oltre a suo cognato Luca Necci, è stato arrestato anche il marito della sorella di Stefano Ricucci, il torinese Francesco Bellocchi, anche lui tra i prestanome utilizzati da Coppola così come il siciliano Giancarlo Tumino e il romano Gaetano Bolognese, entrambi da ieri in manette. In carcere anche il commercialista di fiducia di Danilo Coppola, Alfonso Ciccaglione, che è tra l’altro anche l’amministratore delegato dell’Ipi, la società quotata in borsa proprietaria del Lingotto. In carcere, infine, anche una commercialista di grido della capitale, Daniela Candeloro. Dopo gli arresti, le Fiamme Gialle, ieri, hanno trascorso tutta la giornata in via Morgagni, dov’è il palazzo romano del gruppo Coppola. Sotto sequestro, oltre a una mole di documenti e molti computer, tutti i titoli finanziari dell’immobiliarista considerati proventi della megatruffa: 10 milioni di euro in azioni Bim, 20 milioni di azioni Ipi, 3 milioni di azioni della A.S. Roma, 10 milioni di azioni Mediobanca più 17 milioni di quote immobiliari delle società proprietarie dell’hotel Cicerone di Roma e della Casina Valadier.
2 marzo 2007 pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 9) nella sezione “Interni”

Nicoletti & figli: l’alta finanza della camorra L’arresto a Roma su ordine della Dia di Napoli. Gli ex della banda della Magliana «facevano i consulenti finanziari ad alto livello della malavita organizzata». Il denaro sporco riciclato in attività commerciali lecite
di Angela Camuso
“Enrico, Massimo e Antonio Nicoletti sono finiti in carcere ieri mattina per il reato di associazione mafiosa finalizzata al riciclaggio. L’ex cassiere della Banda della Magliana e i suoi due figli sono stati arrestati a Roma su ordine del tribunale di Napoli: nella capitale, dove pende a loro carico un procedimento penale per usura e estorsione, i Nicoletti si trovavano agli arresti domiciliari da pochi giorni, a seguito di una sentenza della Cassazione che ha dato ragione al pm Lucia Lotti della Dda di Roma: il magistrato si era opposto alla scarcerazione dei tre disposta alcuni mesi fa dal tribunale del riesame per decorrenza dei termini di custodia, termini scaduti a seguito di una mancata notifica su cui da allora si stanno svolgendo indagini. segue a pagina II
25 maggio 2006 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 1)

Arrestato con i figli l’ex tesoriere di Pippo Calò Come ai tempi della banda della Magliana Enrico Nicoletti si occupava del riciclaggio dei proventi malavitosi
di Angela Camuso
“ENRICO NICOLETTI, 70 anni, Antonio e Massimo, 43 e 42 anni, sono adesso accusati di aver riciclato ingenti quantità di denaro in esercizi commerciali con sedi a Napoli e Caserta grazie all’appoggio del clan camorristico dei Casalesi, di stanza a Santa Maria Capua Vetere. Perquisita ad Anzio anche la sede di una neonata società edile. «I Nicoletti sono stati i consulenti finanziari di alto livello della camorra», dice un investigatore della Dia di Napoli, da sei anni alle prese con una girandola di assegni milionari, prestanome incensurati e società fittizie che apparivano e sparivano dagli elenchi delle Camere di commercio. Un’indagine, quella condotta dai pm partenopei Francesco Curcio e Raffaele Cantone, che, in sostanza, ha confermato quanto già ipotizzato tra le righe di numerosi fascicoli giudiziari che in questi anni hanno disegnato il panorama della grande mala romana: oggi come ieri, Nicoletti avrebbe gestito per conto della criminalità organizzata gli investimenti in denaro destinati a finanziare attività cosiddette «lecite». Nella fattispecie descritta nelle oltre mille pagine di custodia cautelare notificagli ieri, l’ex cassiere della banda della Magliana avrebbe acquistato ipermercati e supermarket di Napoli e Caserta, alcuni dei quali di note catene commerciali, quali ad esempio la «Gs». Tutto ovviamente, grazie all’attiva collaborazione dei suoi due figli, già noti per essere i degni eredi dell’ingegno criminale paterno. Enrico Nicoletti, ai «tempi d’oro», era l’uomo in grado di ripulire i soldi della mafia di Pippo Calò: oggi emerge il rapporto privilegiato tra i Nicoletti e i Casalesi, un’organizzazione criminale che è impropriamente definita un clan ma che in effetti è una sorta di confederazione tre le famiglie Schiavone-Zagaria-Bidognetti e che tra le sue fila annovera tra l’altro uno dei latitanti più pericolosi d’Italia, Michele Zagaria. Con questo gruppo criminale, a sua volta legato a Cosa Nostra, Enrico Nicoletti avrebbe fatto affari per 10 anni. Poteva contare, d’altra parte, su un affiliato fuori sede, un nipote residente a Napoli e tuttora ricercato. Gli accertamenti bancari compiuti dagli investigatori hanno evidenziato continui e significativi scambi di flussi finanziari dai Nicoletti ai Casalesi e viceversa: bonifici, assegni bancari e acquisizioni societarie che nel corso di questi anni sono stati esaminati dagli uomini Dia, diretti dal colonnello della guardia di finanza Vincenzo Mazzuco e dal capo centro operazioni Adolfo Grauso. Sono in tutto 16 i supermercati già da tempo finiti sotto sequestro perché di fatto appartenenti al sodalizio criminale: le attività commerciali facevano capo a società i cui intestatari erano anziani e nullatenenti, che accettavano la nomina di amministratore delegato di questa o quella società in cambio di un compenso di poche centinaia di euro. Oltre ai Nicoletti sono 21 le persone arrestate con la medesima accusa di associazione per delinquere finalizzate al riciclaggio: tra queste spiccano i fratelli Guido e Vincenzo Zagaria, i fratelli Franco e Gianluca Passatelli (figli del boss Dante Passatelli, morto in circostanze misteriose e ex proprietario dello zuccherificio Pam) e Gennaro Messina, commercialista dei Zagaria e coinvolto in indagini sulle infiltrazioni mafiose degli appalti per la Tav. I rapporti tra quest’ultimo e i Nicoletti, d’altra parte, sono già stati documentati nell’informativa dei Ros contenuta nell’ordinanza di custodia cautelare emessa qualche tempo fa dal tribunale di Roma a carico di un gruppo di narcotrafficanti legati alla ‘ndrangheta e capeggiati a Roma da Renato Cervo, proprietario occulto di alcune strutture sanitarie del Lazio tra le quali la clinica «Radiologica Romana», un centro di analisi polispecialistico convenzionato.
25 maggio 2006 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 2)

Gambizzato ad Ostia: «È un segnale mafioso» Pochi i dubbi degli investigatori: l’uomo ferito lunedì è ai vertici delle organizzazioni criminali del litorale
di Angela Camuso
“Un avvertimento di carattere mafioso. Forse, secondo gli investigatori più lungimiranti, il preludio di una guerra di camorra per il controllo del territorio del litorale, con particolare riferimento al traffico internazionale di stupefacenti. Ci sarebbe questo e molto di più dietro il ferimento di Vito Triassi, 49 anni, considerato insieme al fratello Vincenzo una delle colonne portanti della malavita organizzata di stanza ad Ostia e legato da vincoli di parentela con la storica famiglia mafiosa dei Cuntrera-Caruana. Il pluripregiudicato, attualmente in regime di sorveglianza speciale, attualmente indagato per associazione mafiosa, è stato raggiunto lunedì sera da un proiettile sparato a distanza ravvicinata che lo ha colpito a una caviglia. L’agguato si è consumato a Ostia, in via Polinesia, alle 22.30, nei pressi dell’abitazione di Triassi. Chi ha avuto l’ordine di sparare ha evidentemente ha mirato alle gambe del bandito: i carabinieri del nucleo operativo hanno trovato almeno quattro o cinque ogive di una pistola automatica, che adesso saranno sottoposte gli esami balistici. Testimoni avrebbero sentito gli spari. Un’auto con due persone a bordo è stata vista allontanarsi subito dopo l’agguato. Che l’episodio assuma particolare gravità è opinione comune degli inquirenti. I carabinieri dei Ros, la squadra mobile romana e gli investigatori della Dia, che a più riprese hanno indagato sulle attività di Vito e Vincenzo Triassi, sono concordi nel collocare i due fratelli al vertice della piramide malavitosa che detiene il controllo del mercato locale della droga, ma non solo: i Triassi risultano coinvolti, seppure indirettamente, anche nell’indagine svolta due anni fa dalla squadra mobile romana sulle infiltrazioni mafiose da parte di ex appartenenti alla ‘Banda della Magliana’ nelle attività balneari di Ostia, nella gestione dei videopoker e in appalti in genere, attività svolte, tra l’altro, con la complicità di qualche amministratore locale. Fu proprio in conseguenza di quell’indagine, finita con numerosi arresti e decreti di sequestro, che a Ostia le storiche bande criminali sarebbero state costrette a riorganizzarsi, stipulando alleanze anche con altri gruppi criminali facenti capo a clan napoletani: in più di un fascicolo d’indagine, ad esempio, si fa cenno a un sodalizio tra gli stessi Triassi e la famiglia partenopea dei Senese. Conferma un investigatore: «Non è improbabile che qualche accordo con i clan camorristici sia saltato, che qualche equilibrio insomma si sia rotto. Se così fosse, ma potrei sbagliarmi, potrebbero aprirsi scenari inquietanti».
24 maggio 2006 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 3)

Droga e riciclaggio dietro gli arrestati il nome dei Nicoletti In un giro di conti correnti e in un centro medico specialistico spunta l’ombra del boss ora libero
di Angela Camuso
“COSA SIGNIFICA che una parte dei soldi guadagnati da chi, fino a ieri, ha avuto il controllo del mercato della droga nella capitale (malavitosi romani e affiliati alla ‘ndrangheta, arrestati dai Ros la scorsa settimana) sono stati investiti, negli ultimi 15 anni, in beni immobili e quote societarie intestati a prestanome storicamente legati a Enrico Nicoletti, l’ex cassiere della banda della Magliana? Quale valore assume tale circostanza alla luce di altri fatti e cioè che: primo, Enrico Nicoletti e i suoi figli Massimo e Tony, sotto processo per associazione mafiosa, sono stati scarcerati a ottobre scorso, il padre sulla base di una decisione del tribunale presa senza l’acquisizione del parere del Pm e i figli per decorrenza dei termini a causa di una mancata trasmissione di atti in cancelleria su cui sta indagando il pm della Dda Lucia Lotti, secondo, i Nicoletti non risultano formalmente coinvolti nel procedimento che ha portato agli ultimi arresti, terzo, un pentito, Ennio Mazzalupi, nel 2000 ha dichiarato, non confermando però le dichiarazioni in dibattimento, che la stessa organizzazione sgominata in questi giorni operava di fatto sotto la supervisione e il controllo di Enrico Nicoletti, che provvedeva a reinvestire i capitali in svariate attività, illegali e legali? Nell’informativa dei Ros che analizza la complessa attività di riciclaggio messa in essere dagli uomini dell’organizzazione criminale appena smantellata non c’è una risposta diretta a queste domande. Ci sono però i nomi delle ‘teste di legno’ già legate ai Nicoletti che in questi anni recenti sono state utilizzate in una girandola di compravendite pilotate che seguono uno schema del tutto simile a quello già collaudato ai tempi della banda della Magliana. Prendiamo la posizione di Renato Cervo, ad esempio, uno dei personaggi arrestati la scorsa settimana divenuto – dopo la scomparsa misteriosa del narcotrafficante Salvatore Nigro – uno dei capi della nuova consorteria criminale e attualmente amministratore unico della ‘Radiologica Romana s.rl’ (centro polispecialistico convenzionato con sede in via della Stazione della Storta 12): Cervo è amministratore della ‘Radiologica Romana s.r.l.’ dal ’99, ma prima di lui erano stati amministratori della stessa Gianluca, Fabio e Erminia Giordano, rispettivamente figli e sorella dell’avvocato Pasquale Giordano, legale di Enrico Nicoletti nonché personaggio coinvolto in passato in alcune compravendite riconducibili all’ex cassiere della Magliana. D’altra parte, Cervo, nella prima metà degli anni ’90, era stato intestatario delle quote societarie della immobiliare ‘Socerfin’ di Enrico Nicoletti – quote che erano state cedute poi alla moglie di Salvatore Nigro – e della ‘Cofim’, dello stesso Nicoletti, mentre la madre di Cervo, in quello stesso periodo, era diventata correntista della banca di cui era ciente Enrico Nicoletti (la cassa di Risparmio di Rieti), presentata e referenziata da quest’ultimo. Il conto della donna, inoltre, era garantito dallo stesso Cervo, sebbene pluriprotestato. Quanto alle compravendite di immobili gestite di fatto da un altro destinatario delle misure cautelari eseguite una settimana fa, Candeloro Parrello, collegato a una cosca della ‘ndrangheta di Palmi, questi, dal ’93 ad almeno fino al ’99, ha realizzato il riciclaggio grazie a Antonio Giovanni Cuchiolo, da tempo ‘uomo di Nicoletti’, il quale Cuchiolo, a suo volta, ha utilizzato come prestanome al servizio di Parrello tale Pasquale Tucci ( Tucci, fino al ’93, risultava amministratore unico della ‘TorreAngela’ srl, di proprietà del fratello di Salvatore Nigro e di Antonio Nicoletti). Lo stesso Cuchiolo, infine, interviene anche in soccorso, sempre nel fornire prestanome per il riciclaggio, anche di un altro componente dell’organizzazione, Marco Torrello, arrestato all’estero tre anni fa. Ora, il susseguirsi sistematico, fin dai ‘tempi d’oro’ di Enrico Nicoletti, ai nostri giorni, di tali passaggi, formali, di ‘consegne’ tra i soliti noti, non sono bastate a chiudere il cerchio dal punto in cui questo cerchio appare in evidenza essere stato tracciato. Il ‘deus ex machina’ viene soltanto evocato tra le righe dei documenti giudiziari: presente e assente, come un fantasma
29 marzo 2006 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 3)

OPERAZIONE IBISCO Narcotrafficanti romani e cosche
di Angela Camuso
«IBISCO», questo il nome dato all’inchiesta, costituisce uno stralcio di un’indagine condotta a Perugia su un traffico di droga controllato dalla famiglia della ’ndran- gheta Facchineri, trasferitasi a Milano una decina di anni fa dopo una cruenta faida con un altro clan della Piana di Gioia Tauro. Indagando su maxi sequestri di hashish e cocaina (17 tonnellate di hashish intercettate il 17 dicembre 1999 su una motonave nei pressi di Fiumicino, 2 tonnellate di coca sequestrate alle isole Canarie a membri del gruppo smantellato dal Ros), gli investigatori hanno ricostruito non solo le rotte della droga ma anche le origini del danaro investito e le modalità di riciclaggio dopo la vendita dello stupefacente. I soldi da investire provenivano dalla Calabria, dalla Sicilia e anche dalla Campania ed erano di diversi gruppi criminali connessi tra loro in senso orizzontale: «Non c’è una catena di comando – dice il pm Lucia Lotti – è la comunanza di interessi a rendere il sodalizio molto efficace grazie ad una perfetta divisione dei ruoli». Da una parte, dunque, il gruppo facente capo a Fortunato Stassi, vicino a Cosa Nostra e in particolare alle famiglie dei Badalamenti, dei Messina Denaro e dei Cuntrera-Caruana (un gruppo, quest’ultimo, legato da vincoli di parentela anche con una nota famiglia di Ostia che tuttavia non compare in questa indagine, quella dei fratelli Triassi), da un’altra parte quello guidato dal 59enne Francesco Amendola, tuttora ricercato, originario di Cosenza ma residente a Roma e formato in particolare da narcotrafficanti romani tra cui Massimiliano Avesani, da tempo latitante per omicidio e altri referenti della ‘ndrangheta. Un romano, invece – sul modello della vecchia Banda della Magliana – aveva il ruolo fondamentale di raccolta del danaro: si tratta del romano 43enne Renato Cervo, attivo anche nel riciclare i proventi del traffico. L’hashish e la coca, provenienti da Marocco, Colombia e Venezuela, finivano prima di tutto in Spagna: è qui, in particolare sulla Costa del Sol, che operavano alcuni membri del sodalizio, in particolare il romano Massimiliano Avesani, il cagliaritano Giuseppe Utzeri, ricercato come il primo per omicidio e Francesco Amendola. In Spagna lo stupefacente veniva stoccato e poi inviato in Italia in nave o in auto e, una volta a Roma, veniva smerciato nella capitale da gruppi locali ed in altre città d’Italia. Infine, sul fronte del riciclaggio, i milioni di euro guadagnati con il traffico di droga venivano trasferiti ad un’agenzia di cambio di Marbella, la Marbel Travel, collegata ad Avesani. «La commissione di accesso al comune di Ardea, il trasferimento a Roma da Catanzaro del processo alle cosche calabresi Gallace Novella, le indagini sugli interessi criminali intorno al Mercato Ortofrutticolo di Fondi, insieme ai nuovi allarmi delle associazioni antimafia sulle presenze criminali sul litorale – ha ricordato ancora Ciconte – hanno imposto un aggiornamento del Rapporto preliminare sulla criminalità organizzata nel Lazio che sta preparando l’Osservatorio e che trova in quanto sta accadendo numerose importanti conferme». Il ministro dell’interno Pisanu si é congratulato con i carabinieri per la brillante operazion
24 marzo 2006 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 3)

L’ombra di tre morti per il controllo del mercato Il corpo di Nigro, trafficante di hashish non fu mai trovato, un anno fa le esecuzioni di Tortellino e Fa
di Angela Camuso
“IL NOME di Enrico Nicoletti e di suo figlio Antonio vengono citati decine e decine di volte nelle oltre 800 pagine di custodia cautelare emesse dal gip Mario Frigenti a carico della banda di narcotrafficanti sgominata dai Ros. In particolare, il pm Lucia Lotti inseri- sce nella sua richiesta di misure cautelari alcuni risultati dell’indagine madre dell’inchiesta romana svolta a Perugia tre anni e mezzo fa, che ha documentato, attraverso una serie di intercettazioni telefoniche, «i rapporti esistenti tra gli esponenti apicali della ‘ndrina dei Facchineri, appartenenti alla famiglia Nicoletti, nonché con il gruppo criminale facente capo all’odierno indagato Parrello Candeloro». Soprattutto, sono le dichiarazioni del pentito Ennio Mazzalupi, rilasciate nel 2000, a disegnare l’organigramma criminale dell’associazione sgominata in questi giorni e il ruolo fondamentale di Enrico Nicoletti. Parlando di Cervo come componente dell’organizzazione capeggiata da Massimiliano Avesani, così riferisce il pentito: «…cioè.. Cervo si occupa dei passaggi del denaro e del pagamento della droga ad Avesani … e poi dei reinvestimenti con Nicoletti e tiene la contabilità… fa i soldi necessari per pagare la droga….Cervo va a casa de Nicoletti la sera per fare i conti di quello che c’è da mandare in Spagna …(soldi, n.d.a.)». L’ex ‘cassiere’ della Banda della Magliana (attualmente in attesa di giudizio per altri fatti e scarcerato, apparentemente per un vizio di forma, ad ottobre scorso, insieme ai figli Massimo e Antonio) compare più di una volta, tra l’altro, accanto a quello di un trafficante di hashish scomparso in circostanze misteriose: si tratta di Salvatore Nigro, mai tornato a casa e mai trovato cadavere, la cui auto, tuttavia, fu trovata carbonizzata dai carabinieri a Palestrina in primo febbraio del 1997. Nigro, il quale, secondo quanto scritto nell’ordinanza, prima di sparire faceva affari con Enrico e Tony Nicoletti e dunque anche con Cervo, proprio nel periodo in cui fece perdere le proprie tracce avrebbe deciso, secondo quanto emerso nell’ordinanza, di mettersi in proprio e lavorare con i ‘napoletani’. Ora, è chiaro che i carabinieri dei Ros, seppur non in grado, «allo stato» – come è scritto nello stesso provvedimento cautelare – di «giungere a specifiche contestazioni di ipotesi delittuose», disegnino un quadro di ipotesi investigative del tutto verosimile: «non si può escludere – è scritto nell’ordinanza – che ciò ( il volere mettersi in proprio da parte di Nigro, n.d.r.) possa aver suscitato le reazioni di Avesani Massimiliano, suo storico socio, nel frattempo legatosi sempre più a Parrello Candeloro ed a Cervo Renato. La scomparsa di Nigro è poi combaciata con l’ascesa di Cervo Renato». D’altra parte, l’utilizzo dell’omicidio per il mantenimento del controllo del mercato dell’illecito è pratica ben nota a chi è conoscitore dei trascorsi della mala romana: un esempio ne è il risolto delitto Carlino e, secondo le ipotesi più accreditate tra gli investigatori, gli omicidi irrisolti avvenuti oltre un anno fa di Giuseppe Valentini, detto Tortellino e Antonello Fa, entrambi trafficanti internazionali di hashish tra Roma e Marbella ( Marbella è anche la sede dell’agenzia di Cambio ‘Marbel Travel’ utilizzata dalla banda di Cervo) e entrambi uccisi in perfetto stile mafioso. Tortellino, in particolare, risultava legato alla camorra (ai ‘napoletani’, dunque) e Antonello Fa è stato indicato dalla polizia spagnola come l’esecutore dell’omicidio avvenuto a Marbella di un boss di Cosa Nostra legato ai Badalamenti: una famiglia, ancora una volta, collegata alla consorteria criminale sgominata a Roma in questi giorni. @BE:CAMUSO
24 marzo 2006 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 3)

Scarcerati i Nicoletti, tremano le vittime «Attenuate esigenze cautelari». La decisione è piombata sull’Antimafia suscitando sconcerto
di Angela Camuso
“IN QUANTO IL PROVVEDIMENTO non sarebbe stato ancora depositato. Ma quel che è certo è che si è trattato di una decisione a sorpresa. Voci di corridoio in tribunale riferivano ad esempio che il pubblico ministero Lucia Lotti, titolare dell’indagine che ha portato agli ultimi arresti dei Nicoletti, fosse «furibonda». Forte preoccupazione è stata anche espressa da alcuni esponenti delle forze dell’ordine: «Temiamo per le vittime dei reati commessi dalla famiglia Nicoletti. Si tratta di persone che hanno già subito delle minacce», è una frase emblematica pronunciata da uno di loro. Erano stati arrestati insieme ad altre 26 persone l’8 ottobre del 2003 Enrico Nicoletti e i suoi due figli Tony e Massimo (questi ultimi all’epoca già in carcere per altri fatti analoghi). L’accusa formulata dal pubblico ministero Lucia Lotti è quella di aver creato un’associazione di tipo mafioso che ha unito usura, estorsioni e riciclaggio in un complesso sistema di società attive sul mercato e creato finanziarie fittizie, riuscendo così a far muovere capitali sporchi per almeno 50 milioni di euro. A capo dell’organizzazione l’ex cassiere della Banda della Magliana tra l’altro legato secondo il pm a clan siciliani, calabresi e campani. Alcuni mesi fa a Enrico Nicoletti e ai figli erano stati concessi gli arresti domiciliari: il giudice che ha deciso per la scarcerazione ha imposto loro l’obbligo di firma. Condannato in cassazione per i fatti della banda della Magliana, Enrico Nicoletti è stato imputato per corruzione nel processo «toghe sporche» di Perugia ma in quell’occasione ha evitato il verdetto essendo intervenuti nel frattempo i termini della prescrizione del reato. Nel 2001 la seconda sezione della Corte di Cassazione ha confermato la confisca di beni immobili appartenenti alla banda della Magliana, per un valore complessivo di oltre 100 milioni di euro. Tra questi, la villa romana di residenza del boss imprenditore-costruttore, restaurata dal comune di Roma e trasformata in Casa del Jazz (l’inaugurazione è avvenuta nella primavera scorsa con una serie di concerti gratuiti). Il grande manovratore di denari («Nicoletti funziona come una banca, nel senso che svolge un’attività di depositi e prestiti e attraverso una serie di operazioni di oculato reinvestimento moltiplica i capitali investiti dell’organizzazione» scriveva il giudice Lupacchioni, che indagò sugli intrecci ancora in parte oscuri tra banda della Magliana e mafia, camorra, destra eversiva e politici eccellenti) aveva infatti ricevuto in eredità le ricchezze intestate a Renato De Pedis detto Renatino, il capo della gang ucciso nel Febbraio del ‘90 in via del Pellegrino. Il resti mortali di De Pedis sono tuttora sepolti nella cripta della basilica romana di Sant’Apollinare. Fatto questo che ha suscitato scandalo e scalpore. Recente è però la decisione del Vaticano di non tornare indietro sulla decisione che fu presa allora dal cardinale vicario di Roma Poletti. @BE:CAMUSO
15 ottobre 2005 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 2)

Banda della Magliana, liberi i Nicoletti Il giudice ha accolto l’istanza della difesa: «Attenuate le esigenze cautelari»
di Angela Camuso
“Un pezzo della banda della Magliana «I Nicoletti sono stati scarcerati». La notizia, ieri in tarda mattinata, è piombata come un sasso dentro gli uffici della Direzione Distrettuale Antimafia della procura di Roma ed è rimbalzata sulle scrivanie delle forze dell’ordine. Enrico Nicoletti, l’ex cassiere della banda della Magliana detto anche Enrico “Il Terribile”, suo figlio Massimo e l’altro suo figlio Tony non sono più agli arresti da due giorni. Cioè da quando il presidente del tribunale che dovrà giudicarli in un processo di mafia ha deciso di accogliere le istanze presentate dalla difesa, secondo la quale: «Le esigenze cautelari a carico di Antonio, Enrico e Massimo Nicoletti risultano attenuate». Questa sarebbe in sostanza la motivazione del giudice firmatario dell’ordine di scarcerazione. Quale siano nello specifico queste attenuanti è presto per dirlo. segue a pagina
15 ottobre 2005 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 1)

Arrestati per spaccio ultras e vecchi malavitosi Capetti del tifo di Roma e Lazio e reduci della Banda della Magliana avevano organizzato il traffico dalla Spagna ai quartieri di Eur e Testaccio
di Angela Camuso
“MENTRE TRA GLI INDAGATI a piede libero c’è una manciata di ultras biancocelesti e giallorossi, insieme a una folta schiera di spacciatori di cocaina e hashish che piazzavano la merce non solo negli stadi ma anche per strada e all’interno di alcuni dei più noti locali di Testaccio. Francesco D’Agati, Augusto Giuseppucci, Mario Serino e Giorgio Paradisi: questi i nomi famosi degli ex esponenti della famigerata gang finiti in manette ieri all’alba. Tutti liberi tranne Mario Serino – nonostante i curriculum criminali pesanti come macigni – i quattro acquistavano la cocaina da una coppia formata da una colombiana e uno spagnolo (dei due, fuggiti in Colombia a settembre, è stata arrestata dalla polizia locale soltanto la donna, alcuni mesi fa). L’hashish, invece, arrivava dalla Spagna, la rotta ormai più battuta dai trafficanti che lavorano sul mercato europeo. Poi, attraverso pusher sempre diversi, lo stupefacente veniva venduto ai consumatori della capitale: «Uun giro di droga consistente», dicono i militari, ma, almeno stando alle notizie ufficiali, non correlato agli omicidi dei trafficanti di hashish Tortellino e Fa, le vittime delle due esecuzioni di chiaro stampo mafioso avvenute alcuni mesi fa nel centro della capitale e sulle quali stanno indagando i reparti di polizia e carabinieri specializzati in criminalità organizzata. Sono state 50 in tutto, tra Roma, Ostia, Frascati, Subiaco, Frosinone, Perugia, le perquisizioni eseguite dai carabinieri su ordine del gip della procura di Roma Maria Teresa Covatta, che ha accolto le richieste dei pubblici ministeri della Dda Roberto Cavallone e Lucia Lotti. La droga sequestrata, nel corso di due anni di indagini partite dal basso – dopo l’arresto da parte dei carabinieri della compagnia Eur di alcuni «pesci piccoli» – è stata in totale 170 kg di hashish, per un valore di 170mila euro (veniva rivenduto a 1000 euro al chilo) e 10 kg di cocaina (valore 250mila euro). Una volta acquistato, lo stupefacente veniva ceduto ai referenti dell’Eur, del Trullo e di Testaccio, ovvero proprio in quelle zone di influenza controllate a suo tempo dalla banda della Magliana. Il 63enne Francesco D’Agati, detto «Ciccio», già referente a Roma del super boss di Cosa Nostra Pippo Calò, insieme al 43enne Mario Serino e ad Augusto Giuseppucci, fratello 51enne del più famoso Franco detto «er negro», erano secondo i carabinieri ai vertici dell’organizzazione: comunicavano con il 56enne Giorgio Paradisi, da tempo in carcere, attraverso lettere nelle quali ai loro nomi preferivano sostituire i vecchi soprannomi dei «tempi d’oro», peraltro ben noti alle forze dell’ordine, mentre per droga si intendevano le «sigarette». Indagini sono ancora in corso. Tra gli indagati, comunque, non ci sarebbero calciatori anche se una parte della clientela di riferimento della banda è stata definita da un investigatore di «alto livello». @BE:CAMUSO
19 luglio 2005 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 3)

Montesacro, 2 arresti per il mega arsenale Due pregiudicati in manette per le armi trovate nel 2003 sarebbero state a disposizi one anche di ex te rroristi Nar
di Angela Camuso
“Ha rifornito per anni una banda composta da ex terroristi neri e criminali comuni un grosso arsenale clandestino scoperto dai carabinieri due anni fa in una cantina del quartiere Montesacro. Le manette per due componenti della banda, su esecuzione di altrettante ordinanze di custodia cautelare, sono scattate in queste ore, con un blitz dei carabinieri del nucleo operativo di via Inselci, eseguito a chiusura delle indagini svolte dalla procura di Roma su quell’importante ritrovamento (tra le armi c’erano anche fucili da guerra, bombe e lanciarazzi). I due arrestati – pluripregiudicati con simpatie per l’estrema destra, che al momento devono rispondere soltanto del reato di detenzione illegale di armi clandestine – fanno parte del gruppo dei cosiddetti ‘criminali comuni’. Ma rilevante è il fatto che il pm Roberto Cavallone titolare dell’indagine abbia chiesto al giudice – che invece li ha respinti per insufficienza di indizi – altri due arresti, entrambi nei confronti di ex-Nar, anche loro accusati del reato di detenzione di armi clandestine insieme agli altri, tra criminali comuni e personaggi gravitanti attorno all’eversione dell’estrema destra, iscritti in qualità di indagati a piede libero nel fascicolo del magistrato. Tale scenario, infatti, rimanda alla memoria le torbide alleanze che furono protagoniste degli episodi più foschi della ‘prima repubblica’. In particolare, nel periodo degli anni di piombo, negli scantinati del Ministero della Sanità, fu scoperto un altro arsenale clandestino, quello della ‘Banda della Magliana’: un gruppo nato come organizzazione romana dedita al traffico di droga e ai sequestri di persona e diventata, appunto, in pochi anni, vera e propria holding politico-criminale, in stretti rapporti con la criminalità organizzata di stampo mafioso, la destra eversiva e i servizi segreti deviati. All’epoca del blitz compiuto nello scantinato nei pressi di via Nomentana i carabinieri sequestrarono più di mille pezzi: oltre 300 tra fucili, pistole di tutti i calibri, baionette dell’ esercito italiano e statunitense, più una quantità di fucili automatici e semiautomatici, da guerra e di uso comune, ogni tipo di pistola, proiettili munizioni per ogni calibro, persino lanciarazzi portatili (quelli che si applicano sui fucili) e bombe a mano disattivate. Il proprietario dello scantinato, un impiegato bancario di un ufficio pubblico di 55 anni, ufficialmente un collezionista e appassionato armi, fu subito arrestato per detenzione illegale di armi ma gli investigatori ipotizzarono sin dall’inizio che l’uomo, in realtà, rifornisse bande e singoli criminali. Ci sono voluti mesi di intercettazioni e pedinamenti per arrivare all’individuazione del gruppo finito nel fascicolo del pm. Un gruppo che, stando ai risultati delle indagini, sarebbe in qualche modo entrato in possesso della santabarbara sequestrata a Montesacro: con quali finalità e in quali specifici episodi è argomento ancora top-secret. Secondo quanto trapela da fonti confidenziali, comunque, se è molto probabile che l’arsenale sia stato utilizzato per compiere rapine in tutta Italia, gli investigatori non escludono che alcune delle armi nella disponibilità degli ex Nar siano state usate per gravi delitti e attentati terroristici.
6 aprile 2005 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 4)

Confiscati i beni dei Casamonica Auto, cavalli e ville da 60milioni Secondo la magistratura sono frutto di estorsioni, truffe e usura
di Angela Camuso
“E’ la vittoria dello Stato, l’attesa conferma che gli investigatori ci avevano visto giusto. I beni multimiliardari del clan Casamonica, già sequestrati due anni fa, sono stati definitivamente confiscati all’indomani della decisione Tribunale di Roma di considerare valide le fonti di prova acquisite dalla direzione distrettuale antimafia Dia durante una lunga e complessa indagine che è stata coordinata dal procuratore antimafia Italo Ormanni e dal pm della Dda Lucia Lotti: i giudici, al termine del dibattimento, hanno deciso per la confisca perchè hanno stabilito che le disponibilità finanziarie di questa potentissima famiglia di nomadi stanziali, in passato collusa con la Banda della Magliana e collegata oggi con il clan camorristico dei Casalesi, sono il provento di estorsioni, truffe e usura. Ville arredate prestigiosamente, autovetture di lusso tra le quali due Rolls Roice, numerosi conti correnti e depositi bancari, cavalli, anche da corsa, appartamenti e terreni: l’ammontare dei beni è di circa 60 milioni di euro, cifra che comprende anche una somma di denaro (pari a circa un milione di euro ) depositata in una banca del Principato di Monaco e confiscata sulla base di una sentenza pronunciata dalla Suprema Corte francese, che riconosce l’efficacia in quella nazione della normativa antimafia vigente in Italia. Quasi tutti i beni sequestrati si trovano nell’area a Sud della capitale, sul litorale e nella zona dei Castelli, dove la famiglia si è stabilita da oltre cinquant’anni. I componenti del gruppo criminale – composto da circa 600 individui residenti tra la Romanina, Ciampino, Frascati, Quadraro e Porta Furba – mantenevano un altissimo tenore di vita ed avevano intestato molti beni a prestanome sebbene si trattasse di persone praticamente sconosciute al fisco: stile del clan quello di ostentare le proprie ricchezze con ville faraoniche immerse in parchi con piscine, auto di lusso, gioielli e preziosi. Nello specifico, la confisca di ieri ha riguardato 22 auto per un valore di 300 mila euro, 23 rapporti bancari anche in Stati esteri con una consistenza di un milione 500 mila euro 23 beni immobili per un valore commerciale di circa 60 milioni di euro. a.c.
4 marzo 2005 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 2)

Lo spettro del racket dietro gli arresti L’uomo ha precedenti penali in Sicilia
di Angela Camuso
“…….quella delle estorsioni a commercianti di Ostia, Torvajainica e Tor San Lorenzo prima gestite dal gruppo di mafiosi di Ostia catturati due mesi fa dalla polizia. Era il 4 novembre scorso, lo ricordiamo, quando la squadra mobile romana eseguì il blitz. In quel caso finirono in manette, tra gli altri, personaggi già legati alla banda della Magliana (tra queste il presunto boss, Emidio Salomone, che, lo ricordiamo, si era reso latitante, era stato catturato all’estero una decina di giorni fa ma poi rimesso in libertà dal tribunale del riesame) e ritenuti dai poliziotti della squadra mobile così ben organizzati e potenti da essere riusciti a tenere sotto scacco un intero territorio nonchè a contenere le ambizioni di altre organizzazioni di tipo mafioso. Le informazioni di cui sono venuti in possesso i carabinieri si inserisce nello stesso quadro investigativo e per i questo i militari sono convinti che il siciliano arrestato ieri, un 40enne con numerosi precedenti penali alle spalle per vari delitti (tutti compiuti in Sicilia) tra i quali rapine, estorsione, reati contro la famiglia e lesioni, non si trovasse a Ardea per caso, ma che fosse in ‘missione’. L’uomo aveva infatti già cambiato tre volte abitazione, sempre prendendo in affitto appartamenti regolarmente intestati: la pistola sequestrata era nascosta in un cassetto della camera da letto, tra gli indumenti intimi della moglie, anche lei finita in manette. La coppia, rinchiusa da ieri sera in carcere, per rispondere, almeno per ora, della sola accusa di detenzione di arma clandestina, sarà interrogata nei prossimi giorni dai magistrati della procura di Velletri. Fondamentale per il proseguio delle indagini sarà l’esito delle analisi balistiche disposte sull’arma, una Smith e Wesson perfettamente funzionante, adesso presa in consegna dai Ris: quello che si aspettano i carabinieri è che la pistola sia stata usata per altri delitti. Gli investigatori, comunque, sono convinti che il blitz di ieri e il quadro investigativo che sta dietro la ‘missione’ malavitosa andata a monte nulla avrebbero a che vedere con l’esecuzione in perfetto stile mafioso avvenuta tre sabati fa in un bar del quartiere San Giovanni, quando è stato ucciso Giuseppe Valentini a colpi di pistola da due killer fuggiti in moto: per quest’ultimo caso si indaga sui traffici di droga, mercato diverso da quello delle estorsioni. Angela Camuso
8 febbraio 2005 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 2)

Adinolfi, il giudice sparito nel nulla
di Angela Camuso
“Quel senso di morte silenzioso che avverti a pensare alla scomparsa di Paolo Adinolfi prende la voce della bibliotecaria di viale Giulio Cesare. Lei è ancora lì come dieci anni fa, in quel palazzo e in quella stanza dove Adinolfi, magistrato che nei suoi anni di servizio al tribunale fallimentare di Roma si era occupato più volte di crac di società che riciclavano miliardi per conto della massoneria deviata e della camorra, fu visto nel giorno della sua misteriosa sparizione. «Marcello Mosca? È morto, aveva un male» dice tristemente la bibliotecaria quando le chiediamo di quel suo collega che parlò col magistrato quella mattina maledetta, per l’ultima volta. Erano circa le 9 del 2 luglio 1994. Con l’aria di sempre, Adinolfi aveva scambiato queste poche parole con il defunto signor Mosca, che poi in merito a quell’incontro testimoniò davanti ai magistrati: «Vidi dietro al giudice, in piedi, un uomo su i 30-35 anni e chiesi ad Adinolfi chi fosse, visto che la biblioteca era riservata ai magistrati. “Il signore sta con me”, mi rispose lui, poi ritirò una sentenza e andò via». «Sequestro di persona»: questa l’ipotesi di reato scritta sul fascicolo ancora aperto sul caso. «Si direbbe omicidio, se mai si fosse trovato il cadavere», dice il pm Alessandro Cannevale della procura di Perugia. L’identità del silenzioso accompagnatore di Adinolfi, però, è rimasta ancora sconosciuta. Il dettaglio riferito dal bibliotecario risultò importantissimo alla luce delle ipotesi fatte dopo una prima richiesta di archiviazione presentata dal magistrato che si occupò del caso in prima battuta, e che decise di catalogarlo come una scomparsa volontaria, ma neppure le indagini successive sono andate lontano. Il pm Cannevale scrive espressamente di «moventi» del delitto «originati dall’attività d’ufficio del giudice». Il magistrato, tuttavia, ha firmato da tempo la seconda richiesta di archiviazione del caso, con una variante sostanziale, però, rispetto a quella presentata dal suo predecessore: «(…) può solo rilevarsi che le nuove indagini inducono a rivedere il giudizio espresso nella prima richiesta di archiviazione riguardo alla scomparsa volontaria di Paolo Adinolfi (…)», si legge nel documento della procura datato 15 ottobre 2003. Ancora: «(…) L’ipotesi di un delitto legato a vicende personali non appare sorretta dalla ben che minima evidenza di indizi (…)». La moglie di Paolo Adinolfi, Nicoletta Grimaldi, si sente una vedova. Tiene le foto incorniciate del marito su un bel tavolo antico che si vede stando in piedi sull’uscio, guardando dritto. La casa è all’ultimo piano di un palazzo signorile, vicino alla Farnesina, il salone è lo stesso dove lei e il padre dei suoi figli si sarebbero visti, forse entrambi senza saperlo, per l’ultima volta. «È uscito di casa alle 8 dicendo che sarebbe tornato per l’ora di pranzo… ». La signora Grimaldi inizia il suo racconto sfogliando vecchi articoli di stampa : «Alle 9 è entrato nella biblioteca del Tribunale Civile di Roma dove ha incontrato quel Marcello Mosca… Subito dopo è andato allo sportello bancario interno del Tribunale…. Intorno alle 10 lo hanno visto a palazzo di giustizia. All’ufficio postale interno alla città giudiziaria mio marito ha anche pagato alcune bollette per la madre… Risulta poi che alle 11, non dallo stesso ufficio postale ma inspiegabilmente da un ufficio postale diverso, quello vicino al Villaggio Olimpico dove è stata trovata la sua macchina, Paolo mi abbia spedito un vaglia di 500.000 lire, che io ho infatti ricevuto… ». A questa donna dottoressa in legge, che ha fatto appelli in tv ed è più volte apparsa alla trasmissione «Chi l’ha Visto», il solito tormentone di non-coincidenze appare una sequenza architettata ad hoc, secondo una logica assassina: «Ho trovato un testamento spirituale indirizzato a me chiuso in un cassetto della scrivania. Le chiavi di quel cassetto erano insieme a quelle di casa e a quelle della macchina: le abbiamo trovate 36 ore dopo la sua scomparsa… Anche Ambrosoli lasciò una lettera di testamento alla moglie» non fa a meno di ricordare la donna. Era il lontano 21 luglio 1979 quando il curatore del crack del Banco Ambrosiano fu ucciso su presunto mandato di Michele Sindona, il grande banchiere che aveva riciclato le immense ricchezze dei boss di Cosa nostra andate poi perdute nei misteriosi crac delle sue banche private. Paolo Adinolfi, fino a due anni prima della sua a scomparsa, si era occupato del crac della «Fiscom», società al centro di mastodontiche distrazioni di capitali sporchi nelle quali avrà ruolo di rilievo Enrico Nicoletti, il «cassiere» della Banda della Magliana finito sotto processo per bancaratta fraudolenta insieme tra gli altri a Michele Di Ciommo, il «notaio» della stessa banda che comparirà anche nel fallimento dell’«Ambra assicurazioni» e in una lunga serie di «affari» come il caso De Lorenzo, le vicende IMI-SIR e «Toghe sporche». Non solo. La «Fiscom», società fondata da personaggi come Giorgio Paolini, prestanome dell’ex amministratore delle ferrovie Lorenzo Necci e tra i cui soci compariva anche il generale Walter Bruno, iscritto alla P2 ed ex proprietario dell’«Ambra», risultò connessa a sua volta con un’altra controllata, la «Cima», un cui socio, Alfonso Conte, verrà accusato dai pentiti di riciclaggio di fondi della camorra. Nelle perquisizioni presso la sede della «Cima» verranno trovati messaggi indirizzati ai faccendieri Flavio Carboni e Francesco Pazienza, gli stessi che avrebbero intrattenuto rapporti con i giudici del Tribunale fallimentare di Roma finiti di recente sotto indagine per vicende uguali a quelle di allora: «parcelle d’oro», assegnazioni pilotate delle cause… «Mio marito mi diceva: secondo me dietro questi crac c’è la camorra… I comportamenti di alcuni colleghi gli apparivano poco chiari… Non riusciva a ottenere in tempi rapidi risposte dai periti… » racconta ancora Nicoletta Grimaldi. Nel 1992, due anni prima della sua scomparsa, suo marito tornò da una vacanza e scoprì che gli era stato revocato l’incarico su un altro fallimento delicatissimo: quello della «Casina Valadier», di proprietà di Giuseppe Ciarrapico. «Paolo, a quel punto, decise lasciare il tribunale fallimentare. Continuò però il suo impegno civile su quel fronte. Anzi, non si dava pace. Chiedeva consigli ai colleghi più anziani. Voleva testimoniare da privato cittadino, come persona informata sui fatti». Il magistrato, qualche giorno prima di sparire, parlando al telefono con il pm di Milano Carlo Nocerino, aveva annunciato la sua intenzione di informarlo su fatti riguardanti le indagini allora in corso sul crac dell’«Ambra assicurazioni». Il pentito Francesco Elmo, anni dopo, dichiarerà che il giudice Adinolfi era stato ucciso dalla Banda della Magliana su mandato dei servizi proprio in relazione al caso «Ambra». Elmo racconterà di aver visto il magistrato poco prima della sua scomparsa in un albergo di Roma insieme a due persone, e poi di aver riconosciuto quei due accompagnatori del giudice (un agente segreto e un affiliato alla gang romana) grazie alle informazioni fornitegli da Mario Ferraro, colonnello del SISMI che pochi mesi dopo sarà trovato «suicidato» tramite impiccagione a un termosifone. Quelle rivelazioni, supportate peraltro da quelle di un altro collaboratore di giustizia, il suddetto «notaio» della Magliana Di Ciommo che parlerà di mazzette date a magistrati del tribunale fallimentare di Roma proprio ai tempi del crac della «Casina Valadier», fecero riaprire nel 1996 le indagini sulla scomparsa di Adinolfi. Il resoconto di quella strana riunione nell’hotel capitolino, però, non fu mai supportato da fatti concreti. Anzi. Le parole del collaboratore di giustizia Elmo furono smentite dai successivi accertamenti della procura. Scrive il pm Cannevale prima di firmare la sua resa: «(…) È certo, in conclusione, che le indagini sono rimaste ben lontane dal raggiungimento di risultati utili all’esercizio dell’azione penale (…)».
7 febbraio 2005 pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 10) nella sezione “Interni”

Arrestato e scarcerato boss della mafia di Ostia Salomone era latitante ed era stato preso a Copenaghen ma il tribunale del riesame ne ha ordinato la liberazione
di Angela Camuso
” Emidio Salomone «mafioso»? «Boss» di «notevole spessore criminale»? «Latitante di altissima pericolosità»? «Sostituto del boss della Banda della Magliana Paolo Frau»? «Sospettato» di aver avuto un ruolo nell’eliminazione di quest’ultimo? Che beffa! Mentre in Questura si raccontava alla stampa dell’avvenuta cattura in Danimarca di quello che gli investigatori considerano il capo di una delle più grosse organizzazioni locali di stampo mafioso recentemente scoperte nel nostro territorio, nella cancelleria della procura di Roma arrivava l’ordine di scarcerare il presunto boss. Era il 4 novembre scorso quando a Ostia furono arrestate 17 persone (tutt’ora in carcere) per aver taglieggiato per anni i commercianti della zona, minacciato e forse corrotto gli amministratori locali, distrutto negozi, finanche tentato di uccidere i nemici. Gli arresti da eseguire dovevano essere 18 e fino a martedì sera mancava all’appello, appunto, solo il 51enne Salomone, accusato come gli altri del reato di cui all’articolo 416 bis del codice penale: alle 13 di ieri il fax con la sentenza del tribunale del riesame, che, accogliendo il ricorso dell’avvocato Angela Porcelli, ha rovinato la ‘festa’ ancora in corso via San Vitale. Tant’è. I giudici che hanno scarcerato il presunto boss – gli stessi che, peraltro, hanno invece respinto analoghi ricorsi presentati a novembre per alcuni dei 17 presunti mafiosi di cui Salomone sarebbe il capo – hanno deciso che fosse annullata l’ordinanza di custodia cautelare firmata da Zaira Secchi e richiesta dal pm Adriano Iasillo per la non sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico dell’imputato: «Nutro grandi perplessità su quest’indagine. In particolare sulla contestazione al mio assistito del reato di associazione mafiosa. A Salomone è stata attribuita la responsabilità di moltissimi fatti nei quali lui non compare in alcun modo…» dichiara l’avvocato Porcelli. Emidio Salomone, dunque, da stamattina è un uomo libero. Libero di restare in Danimarca o di tornare a Ostia. Libero nonostante le pesantissime accuse per le quali ovviamente resta indagato, ovvero associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata a vari delitti tra cui usura, estorsioni, danneggiamenti… Questo salvo, naturalmente, che la Dda di Roma non emetta a suo carico una nuova ordinanza di custodia cautelare e ammesso che Salomone decida di attendere questo momento. Non è cosa nuova per il presunto boss, d’altra parte, tirarsi fuori dalle tempeste giudiziarie mentre queste travolgono i suoi «alleati» nel crimine. Considerato già negli anni ’90 il braccio destro di Paolo Frau, Salomone finì in manette nel ’96 dopo tre anni di latitanza in Brasile, ma infine i giudici non lo ritennero colpevole di associazione mafiosa: detto fatto, scontate le pene per singoli reati (estorsioni, danneggiamenti, usura, ecc..) il presunto boss sarebbe tornato a casa a riprendere il controllo degli affari di sempre fino al 2002, secondo gli investigatori anno del suo salto di qualità, quando venne assassinato Paolo Frau su mandato e per mano di persone ancora ignote. Certo è che il comportamento di Salomone, in questi quattro mesi di latitanza, appare quello di un personaggio palesemente circondato da una fitta rete di ‘amicizie’ e dotato di grossi mezzi economici. I poliziotti della squadra mobile romana hanno seguito le sue tracce fin subito dopo gli arresti di novembre (quando lui si era rifugiato in Olanda) e lo hanno catturato grazie a un blitz delle teste di cuoio danesi alla vigilia della partenza per il Sudamerica, mentre se ne stava nascosto a nord di Copenaghen in una casa di un amico italiano, anch’egli pluripregiudicato e indagato per traffico di droga in Danimarca. È stata un’indagine costosa e faticosa: nei prossimi giorni sapremo se è stato tutto inutile.
27 gennaio 2005 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 2)

Il Gip: «La mafia a Ostia ha portato paura e omertà» «Amministratori corrotti per convenienza o per timore»
di Angela Camuso
” Dovremmo smetterla di cascare tutti dalle nuvole. Che a Roma e nel Lazio ci sia la mafia lo dimostrano i numerosi blitz compiuti sul territorio in questi anni. Francamente, mi sembra addirittura che la notizia degli arresti eseguiti in questi giorni a Ostia sia stata anche troppo enfatizzata dagli organi di stampa: non vorrei essere frainteso, si è trattato di un’importante operazione ma non meno importante di quelle svolte in passato e delle quali i mass-media si sono occupati in maniera molto più blanda». Così risponde a chi gli chiede un commento sulla rassegna stampa locale di questi giorni Luigi De Fichy, sostituto procuratore della Direzione Nazionale Antimafia. Le parole del magistrato arrivano all’indomani delle reazioni di ‘sconcerto’ e di ‘sorpresa’ espresse sulla stampa da alcuni esponenti politici del XIII municipio in merito al presunto coinvolgimento di alcuni amministratori nell’inchiesta che ha portato all’arresto di 17 persone per associazione a delinquere di stampo mafioso. Un coinvolgimento, comunque, sul quale il gip che ha firmato l’ordinanza non sembra avere dubbi quando scrive del grave stato di soggezione nei confronti dei mafiosi da parte degli amministratori, che avrebbero compiaciuto i boss perchè da questi ‘corrotti’ o ‘minacciati’. «Bisognerà adesso scoprire se i dipendenti pubblici abbiano favorito la mafia per convenienza o per necessità, vistisi in una situazione di pericolo. Quando le organizzazioni mafiose si radicano nel territorio inizia un processo che definirei di deformazione genetica della società civile e che produce alla fine un clima di paura e omertà generalizzate. La mafia di oggi a Roma non ha il controllo del territorio come in Sicilia e in Calabria, non ha neppure il potere che aveva in passato la banda della Magliana anche se alcuni ex appartenenti alla vecchia organizzazione sono ancora sulla scena: si inserisce però nella realtà economica, in certi settori e in certe situazioni. Si pensi ad esempio al blitz che portò all’arresto dei componenti del clan Rinzivillo, vera e propria cellula mafiosa di Cosa Nostra a Roma, che si era infiltrata nel sistema degli appalti. Questo per dire che non bisogna mai abbassare la guardia, e che il problema è anche culturale: il fenomeno non va minimizzato, il fatto che scopriamo un sodalizio criminale non vuol dire che non ce ne sia un altro di cui ignoriamo l’esistenza».
7 novembre 2004 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 2)

Chioschi in concessione ai mafiosi Ad Ostia beni gestiti da società dei componenti della banda criminale Il Gip: «Gli indagati hanno minacciato o corrotto pubblici dipendenti»
di Angela Camuso
” Appartenevano alla mafia e per questo sono stati sequestrati il chiosco ‘La Baia’, il chiosco ‘La Scogliera’, un altro senza nome, ma come gli altri due, su una delle spiagge libere vicine al pontile. Sigilli al parcheggio esterno al porto di Ostia e al noto circolo sportivo ‘Morandi’, anche questo nei pressi di piazza Gasparri. Esercizi di proprietà di società regolarmente intestate ai componenti della banda della cui esistenza aveva già scritto l’Unità e che è stata sgominata ieri dalla polizia, e avevano tutte ottenuto il via libera per le loro fruttuose attività tramite normali concessioni, firmate da amministratori e politici locali. «Gli indagati hanno nelle loro mani – perchè corrotti o minacciati – i pubblici dipendenti…», scrive il gip che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare a carico dei 17 membri dell’organizzazione ‘di tipo mafioso’ che controllava il litorale. Il boss, Roberto Pergola, è un ex appartenete alla banda della Magliana. segue a pagina III
5 novembre 2004 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 1)

Ai vertici gli ex membri della banda della Magliana in contatto con i clan Senese e Triassi-Cuntrera: 18 arresti e oltre 100 perquisizioni. Sequestrati stabilimenti balneari e circoli sportivi Blitz sul litorale di Roma, sgominata banda collegata a Cosa Nostra
di Angela Camuso
“La mafia alle porte di Roma. La mafia «vera», quella che spara e possiede un arsenale e persino bombe comandate a distanza. La mafia che controlla esercizi commerciali, giri d’usura, traffico di stupefacenti. Che gestisce terreni del demanio, intimidendo o corrompendo gli amministratori. Che riesce anche a bloccare lavori statali, minacciando gli operai delle aziende concorrenti che vincono gli appalti. Una mafia di romani, che però fanno affari con gli uomini dei clan della camorra e di Cosa Nostra. Ne aveva già aveva parlato l’Unità nei giorni scorsi, ieri la conferma: dopo anni di indagine la squadra mobile romana su ordine del pm Adriano Iasillo della Dda ha messo le manette a quasi tutti i componenti di quella che gli investigatori hanno definito un’organizzazione criminale di stampo mafioso che operava sul litorale della capitale, non a caso infiltrandosi sulle attività turistiche di una zona, quella di Ostia, estremamente redditizia perchè di grande appeal per il turismo di massa. Gli ordini di custodia cautelari (17 quelli eseguiti, ultimo ad essere catturato, nel pomeriggio di ieri, è stato il boss, Roberto Pergola, che era nascosto in una villa e ascoltava con uno scanner le frequenze radio della polizia) e le perquisizioni effettuate all’alba hanno visto impegnati 500 uomini della Questura di Roma: tra le persone arrestate, che facevano affari anche per conto dei Senese di Napoli e dei siciliani Triassi-Cuntrera, ci sono cinque ex appartenenti alla storica Banda della Magliana. I poliziotti, non a caso, sono arrivati al blitz partendo dalle indagini sull’omicidio di Paolo Frau, legato alla Banda della Magliana e ammazzato a Ostia l’ottobre di due anni fa. «Con questa operazione si è dimostrato che anche il Lazio e Roma hanno problemi di mafia. L’indagine è stata costellata dalla difficoltà, proprio, di squarciare una cortina di silenzio» ha detto il pm Iasillo, mentre anche il capo della squadra mobile di Roma, Alberto Intini, ha sottolineato come «il tessuto sociale di Ostia era in gran parte assoggettato alle intimidazioni», parlando anche degli ostacoli incontrati dagli agenti nel «battere» il territorio, dove vi era una sorta di servizio di «pattugliamento dell’organizzazione criminale». Non solo. Nelle cinquecento pagine di ordinanza del gip, a proposito di una delle attività commerciali più redditizie gestite dall’amministrazione, quella dei chioschi installati sulle spiagge libere, è scritto che «gli indagati hanno nelle loro mani dipendenti pubblici che dovrebbero controllare il regolare rilascio delle concessioni». «A quanti nel corso degli anni hanno ritenuto che Roma fosse un luogo tranquillo rispondo, oggi, dimostrando il contrario. La mafia sul litorale era presente e il capo di imputazione che ha portato alla cattura dell’ organizzazione è stato scritto in modo dettagliato per non creare fraintendimenti» ha detto il capo della direzione nazionale Antimafia Vigna, anticipando l’intenzione di proporre in sede istituzionale l’obbligo di denuncia «per gli estorti che non denunciano», pena la sospensione della licenza commerciale. E una dimostrazione dell’esistenza, anche a Roma, di quello scudo di omertà dietro il quale le mafie di ogni tempo e di ogni luogo hanno sempre prosperato arrivano le dichiarazioni del presidente dell’Associazione dei commercianti di Ostia, Francesco Hawara: «Non abbiamo mai avuto segnalazioni di questo tipo» ha detto, quando invece il gip fa cenno a una lunga serie di intimidazioni e minacce. Un solo esempio: questa mafia, due anni fa, tentò persino di uccidere a colpi di pistola tre fratelli commercianti che gestivano un bar e non volevano installare nel proprio negozio i videopoker «suggeriti» dall’organizzazione.
5 novembre 2004 pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 14) nella sezione “Interni”

La mafia controllava il litorale Maxi inchiesta tra Lazio e Calabria 68 arresti, 22 tra Anzio e Nettuno Infiltrazioni della ‘ndrangheta nelle attività economiche e nella politica
di Angela Camuso
«’Ndrina», succursale della ‘ndragheta impiantata da anni sul litorale romano. Il blitz compiuto all’alba di ieri dai carabinieri di Ros sotto la direzione della procura distrettuale antimafia da fondatezza agli allarmi dei mesi scorsi e conia per la prima volta una parola finora sconosciuta. «Ndrina» è come fu la «decima» sgominata negli anni 80, associazione romana subordinata a Cosa Nostra e legata alla banda della Magliana. E oggi come ieri gli affiliati alla cosca del clan Gallese-Novella di Guardavalle, piccolo centro in provincia di Catanzaro il cui consiglio comunale è stato sciolto a novembre, operavano sul territorio del litorale laziale subordinati ma indipendenti rispetto alla «casa madre» calabrese. Secondo i carabinieri dei Ros, che hanno arrestato con l’accusa di associazione di stampo mafioso e altri reati correlati 22 persone residenti sul litorale tra appartenenti alle famiglie calabresi e malavitosi locali (mancano all’appello 11 latitanti), la «’ndrina» aveva come sua fonte di finanziamento il traffico di stupefacenti, soprattutto droghe pesanti. segue a pagina II
23 settembre 2004 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 1)

Tentavano il salto delle gare d’appalto Ici per miliardi non pagata
di Angela Camuso
«I Casamonica sono senza dubbio il clan più potente del centro Italia. Una famiglia che conta 550 appartenenti, che si può definire ‘mafiosa’ per le modalità con cui conduce da anni i suoi affari e per la sua capacità di controllo del territorio. Un tempo era il braccio armato della Banda della Magliana. Adesso, i Casamonica sono alla pari con la storica banda, si sono sostituiti in tutto e per tutto alla gang di Enrico Nicoletti. D’altra parte, fino all’ottobre dell’anno scorso, ovvero fino alla data dell’arresto di quest’ultimo per associazione mafiosa, i Casamonica hanno intrattenuto con Nicoletti costanti e continui rapporti d’affari». Edgardo Giobbi, vicequestore del centro operativo della Dia, non nasconde la sua soddisfazione per la conclusione dell’operazione che è riuscita a ricostruire la dinamica dei flussi finanziari gestiti dal clan, e soprattutto a sequestrare il tesoro della famiglia: «Stavolta gli abbiamo fatto male….» si lascia andare il vicequestore, da anni alle prese con gli affari di quella che nacque negli anni ’70 come famiglia di allevatori di cavalli e che è riuscita a conquistare il controllo del territorio di molte zone a sud della capitale. «La Romanina, il quartiere Anagnina, Frascati, il territorio compresi tra la Casilina, la Tuscolana, l’ Appia e Morena: interi quartieri che i Casamonica tengono sotto scacco. Estorcendo denaro ai commercianti, controllando lo spaccio degli stupefacenti, strozzando le imprese floride. E adesso i Casamonica si somigliano alle cosche mafiose del sud anche per il ruolo sempre più attivo che hanno le donne nella gestione degli affari». Erano proprio le signore Casamonica, infatti, le intestatarie dei conti all’estero, ed erano ancora le donne ad andare a Monaco a bordo di macchine noleggiate, con a tracolla i borsoni zeppi di banconote appena prelevate dai conti correnti degli istituti di credito romani: gli investigatori della Dia le hanno seguite passo, passo, nel corso di questi mesi, le hanno viste incontrarsi in Germania con gli uomini della famiglia, che invece espatriavano facendo in aereo la rotta Roma-Nizza e si incontravano con le donne nell’hotel Hermitage di Monaco, per controllarle e assicurarsi che tutto procedesse per il meglio. Stando agli investigatori l’unica differenza tra le cosche meridionali e i Casamonica sta nello scarso interesse di questi ultimi per la politica ( «Gli appalti pubblici ai Casamonica non interessano, non ne hanno bisogno» dice Giobbi ) ma ci sono un paio di circostanze emerse nel corso delle ultime indagini che lasciano aperti non pochi dubbi: i Casamonica, proprietari di decine di ville faraoniche, non hanno mai pagato un soldo di Ici , e proprio in questi ultimi giorni, tramite un prestanome, stavano tentando di avviare trattative d’affari con l’Atac, al fine di aggiudicarsi la gara d’appalto per la gestione degli abbonamenti tramite sms. a.c.
1 luglio 2004 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 3)

Mafia, l’allarme per appalti e racket Nel Lazio non c’è coordinamento fra procure
di Angela Camuso
La piovra che a Roma è di casa, e lo dimostrano i recenti arresti di tanti superlatitanti. Che infila i suoi uomini nei ministeri, dove si decidono gli appalti, e infatti la direzione distrettuale antimafia sta già indagando su alcuni di questi anomali comitati d’affari. Che insidia la libera economia locale, tanto che a Ostia, soltanto alcuni mesi fa, sono stati segnalati alla polizia soggetti legati alla camorra, pronti a investire in imprese commerciali. Che nella capitale e sul litorale accumula danari: con lo spaccio di droga, soprattutto, ma anche col racket delle estorsioni una tantum e con i fallimenti indotti di imprese floride, e infatti nel Lazio, tra Roma e l’agro pontino, sono stati 6000 i commercianti taglieggiati nel 2003 secondo l’ultimo rapporto della Confesercenti, ed è soltanto di pochi giorni fa l’ultimo contatto tra un commerciante di Ostia vittima di attentato incendiario e le associazioni antiracket. La piovra che poi quei danari investe: immobili, stabilimenti balneari, negozi, società di assicurazioni e finanziarie, gioco d’azzardo, imprese che nascondono giri usurai mastodontici, tutti capolinea per continui flussi di denaro sporco. Sono passati vent’anni, almeno, dall’inizio del declino di quella grande holding criminale chiamata “Banda della Magliana”, satellite minore nella galassia della criminalità organizzata che ruotava attorno a una stella di prima grandezza, Pippo Calò, numero tre di Cosa Nostra dopo Totò Riina e Bernardo Provenzano. E infatti fu proprio l’arresto di Calò, avvenuto nell’85, a rappresentare l’inizio della fine di questa gang che era riuscita a stringere relazioni politiche, massoniche e con ambienti dell’intelligence e con i terroristi di destra, fino a stabilire un patto scellerato con il nucleo più occulto dei servizi segreti tanto che fu anche supposto il coinvolgimento della gang nelle vicende del sequestro Moro nonché in quelle dell’omicidio Pecorelli, perché il proiettile con cui fu ucciso il giornalista, di una partita rarissima in dotazione alla Nato, proveniva proprio dall’arsenale in un uso alla gang romana. Ebbene, decapitato quello che fu il braccio armato della mafia degli anni più sanguinosi della Repubblica oggi a Roma le cosche si sono riorganizzate, e lungi da far riferimento a una sola grande organizzazione si sono divise il territorio, con l’appoggio di più piccoli gruppi criminali locali ( è noto ad esempio il legame tra i Triassi di Ostia e i Cuntrera, storico ceppo di Cosa Nostra, e quello tra i Fasciani ancora di Ostia e il clan camorristico dei Senese), nonché della criminalità straniera, organizzata e non. «Ogni gruppo mafioso, a Roma e sul litorale, ha le proprie interfacce finanziarie. E questo perché Roma, da una parte, è un grande mercato del consumo di droga e anche un mercato del transito di stupefacenti, dall’altra perché a Roma si decidono i grandi appalti pubblici. Ci sono personaggi collegati direttamente alle cosche, ma anche gente incensurata che viene utilizzata da Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra per combinare affari» dice il vice procuratore antimafia Luigi De Ficchy, che già nell’ultima relazione sul Lazio della Dia alla commissione parlamentare antimafia parlò di «un insediamento massiccio di gruppi criminali» nel territorio della capitale. «La situazione non è affatto tranquillizzante – rilancia l’allarme De Ficchy- così come alcune analisi che leggo dalla stampa riportano e come lasciano intendere alcuni esponenti delle forze dell’ordine, sostenendo che la situazione è sotto controllo. Nel Lazio, oltretutto, manca il coordinamento tra la Dda e le altre procure: soltanto in questa regione non è stato firmato il protocollo d’intesa per una gestione coordinata delle indagini». È questa una mancanza che forse sottende anche una scarsa volontà politica nei confronti della lotta alla mafia? Risponde Carlo Leoni, capogruppo Ds della commissione affari costituzionali e membro della commissione antimafia: «Sono passati mesi dall’ultima audizione da parte della commissione antimafia dei magistrati e delle forze dell’ordine impegnati sul territorio di Roma e Lazio Ma nonostante le nostre sollecitazioni nessuna indagine è stata fatta. Evidentemente alla maggioranza di centrodestra della Regione non interessa approfondire l’argomento».
29 giugno 2004 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 3)

Confiscato il tesoro dei boss Casamonica Venti immobili, conti bancari e 33 auto, tra cui Rolls Royce e Cadillac
di Angela Camuso
E zac. Al serpente hanno tagliato la testa. Il tesoro appartenente ai capostipite del clan Casamonica, Loreta e Nando, composto da venti immobili, conti bancari e una sfilza di 33 auto di lusso, ieri è stato confiscato in maniera definitiva grazie a un provvedimento emesso dall’ottava sezione penale del Tribunale di Roma: una svolta epocale, nella lotta alla famiglia di nomadi stanziali che a Roma è diventata «stato nello stato», come l’ha definita il dirigente della divisione anticrimine della Questura di Roma, Felice Addonizio. I beni appartenenti al clan, infatti, erano stati piu’ volte sequestrati, e poi dissequestrati, perché non si era riusciti a provare il collegamento diretto tra le attività delinquenziali dei Casamonica e il loro patrimonio: «Ai beni dei Casamonica, e questa è una novità assoluta, è stata applicata una misura chiamata di prevenzione patrimoniale, vale a dire che i beni sono stati confiscati indipendentemente dalla provata correlazione tra le attività criminali dei soggetti e i loro beni, mobili e immobili – spiega ancora il capo dell’anticrimine -. Questo provvedimento è in linea con una nuova strategia intrapresa dallo stato nella lotta alle associazioni di tipo mafioso, anche se i Casamonica si distinguono da mafia e ‘ndrangheta perché non sono soliti corrompere membri delle istituzioni, non hanno mai avuto brame di potere politico. Per gli appartenenti al clan Casamonica, da decenni perseguiti come singoli (nel 2001, per la prima volta, si riconosce in sede giudiziaria l’associazione a delinquere a carico di alcuni imputati) finire in carcere era considerato un incidente professionale. Adesso invece il clan viene colpito nel portafoglio. Potrebbe essere, finalmente, l’inizio del loro declino». Già. Perché i Casamonica, ancora oggi, nonostante i processi e le condanne, nonostante i provati legami tra il clan e il presunto cassiere della banda della Magliana, Enrico Nicoletti, finito in carcere l’ultima volta nell’agosto scorso («Nicoletti reinvestiva i soldi ‘guadagnati’ dai Casamonica con le estorsioni e la vendita di stupefacenti» spiega un investigatore) ancora spadroneggiano nella periferia sud della capitale: i numerosissimi appartenenti al clan, nato negli anni ’70 come famiglia di allevatori di cavalli e ramaioli, vivono tuttora in almeno venti unita’ immobiliari appositamente costruite in strade senza uscita, presidiati giorno e notte da uomini-vedetta, forti del timore da sempre suscitato negli abitanti delle zone limitrofe alla loro cittadella e nelle vittime dei loro illeciti, soprattutto negozianti e imprenditori. «Il clan è riuscito a sopravvivere utilizzando i cavilli di legge, beneficiando delle garanzie che sono poi previste per ogni cittadino, godendo delle sanatorie edilizie che hanno permesso ai Casamonica di sanare persino ville faraoniche – spiega ancora Addonizio -. E questo grazie ai loro avvocati, superpagati, che hanno ottenuto continue proroghe ai processi in corso. Così, in regime di arresti domiciliari, i capi del clan, che non è organizzato in maniera verticistica come per mafia e ‘ndrangheta, ma è composto da tanti capifamiglia, tutti allo stesso livello gerarchico, hanno continuato ad arricchirsi. Il meccanismo, finalmente, inizia a cambiare rotta: tra le venti unità immobiliari confiscate c’è un intera palazzina che era stata costruita da un imprenditore con i soldi presi a “strozzo” dai Casamonica, i quali poi hanno preteso l’intero fabbricato a saldo degli interessi milionari maturati nel corso degli anni». a.c.
21 gennaio 2004 pubblicato nell’edizione di Roma (pagina 3)