GIUDICE ADINOLFI SCOMPARSO, “Quel senso di morte silenzioso”, di Angela Camuso su L’Unità autrice del BEST SELLER sulla BANDA DELLA MAGLIANA”MAI CI FU PIETA” (Castelvecchi)

Angela Camuso - Mai ci fu Pietà
Adinolfi, il giudice sparito nel nulla, di Angela Camuso
pubblicato su l’UNITA’ il 7 febbraio 2005

 “Quel senso di morte silenzioso che avverti a pensare alla scomparsa di Paolo Adinolfi prende la voce della bibliotecaria di viale Giulio Cesare. Lei è ancora lì come dieci anni fa, in quel palazzo e in quella stanza dove Adinolfi, magistrato che nei suoi anni di servizio al tribunale fallimentare di Roma si era occupato più volte di crac di società che riciclavano miliardi per conto della massoneria deviata e della camorra, fu visto nel giorno della sua misteriosa sparizione. «Marcello Mosca? È morto, aveva un male» dice tristemente la bibliotecaria quando le chiediamo di quel suo collega che parlò col magistrato quella mattina maledetta, per l’ultima volta. Erano circa le 9 del 2 luglio 1994. Con l’aria di sempre, Adinolfi aveva scambiato queste poche parole con il defunto signor Mosca, che poi in merito a quell’incontro testimoniò davanti ai magistrati: «Vidi dietro al giudice, in piedi, un uomo su i 30-35 anni e chiesi ad Adinolfi chi fosse, visto che la biblioteca era riservata ai magistrati. “Il signore sta con me”, mi rispose lui, poi ritirò una sentenza e andò via». «Sequestro di persona»: questa l’ipotesi di reato scritta sul fascicolo ancora aperto sul caso. «Si direbbe omicidio, se mai si fosse trovato il cadavere», dice il pm Alessandro Cannevale della procura di Perugia. L’identità del silenzioso accompagnatore di Adinolfi, però, è rimasta ancora sconosciuta. Il dettaglio riferito dal bibliotecario risultò importantissimo alla luce delle ipotesi fatte dopo una prima richiesta di archiviazione presentata dal magistrato che si occupò del caso in prima battuta, e che decise di catalogarlo come una scomparsa volontaria, ma neppure le indagini successive sono andate lontano. Il pm Cannevale scrive espressamente di «moventi» del delitto «originati dall’attività d’ufficio del giudice». Il magistrato, tuttavia, ha firmato da tempo la seconda richiesta di archiviazione del caso, con una variante sostanziale, però, rispetto a quella presentata dal suo predecessore: «(…) può solo rilevarsi che le nuove indagini inducono a rivedere il giudizio espresso nella prima richiesta di archiviazione riguardo alla scomparsa volontaria di Paolo Adinolfi (…)», si legge nel documento della procura datato 15 ottobre 2003. Ancora: «(…) L’ipotesi di un delitto legato a vicende personali non appare sorretta dalla ben che minima evidenza di indizi (…)». La moglie di Paolo Adinolfi, Nicoletta Grimaldi, si sente una vedova. Tiene le foto incorniciate del marito su un bel tavolo antico che si vede stando in piedi sull’uscio, guardando dritto. La casa è all’ultimo piano di un palazzo signorile, vicino alla Farnesina, il salone è lo stesso dove lei e il padre dei suoi figli si sarebbero visti, forse entrambi senza saperlo, per l’ultima volta. «È uscito di casa alle 8 dicendo che sarebbe tornato per l’ora di pranzo… ». La signora Grimaldi inizia il suo racconto sfogliando vecchi articoli di stampa : «Alle 9 è entrato nella biblioteca del Tribunale Civile di Roma dove ha incontrato quel Marcello Mosca… Subito dopo è andato allo sportello bancario interno del Tribunale…. Intorno alle 10 lo hanno visto a palazzo di giustizia. All’ufficio postale interno alla città giudiziaria mio marito ha anche pagato alcune bollette per la madre… Risulta poi che alle 11, non dallo stesso ufficio postale ma inspiegabilmente da un ufficio postale diverso, quello vicino al Villaggio Olimpico dove è stata trovata la sua macchina, Paolo mi abbia spedito un vaglia di 500.000 lire, che io ho infatti ricevuto… ». A questa donna dottoressa in legge, che ha fatto appelli in tv ed è più volte apparsa alla trasmissione «Chi l’ha Visto», il solito tormentone di non-coincidenze appare una sequenza architettata ad hoc, secondo una logica assassina: «Ho trovato un testamento spirituale indirizzato a me chiuso in un cassetto della scrivania. Le chiavi di quel cassetto erano insieme a quelle di casa e a quelle della macchina: le abbiamo trovate 36 ore dopo la sua scomparsa… Anche Ambrosoli lasciò una lettera di testamento alla moglie» non fa a meno di ricordare la donna. Era il lontano 21 luglio 1979 quando il curatore del crack del Banco Ambrosiano fu ucciso su presunto mandato di Michele Sindona, il grande banchiere che aveva riciclato le immense ricchezze dei boss di Cosa nostra andate poi perdute nei misteriosi crac delle sue banche private. Paolo Adinolfi, fino a due anni prima della sua a scomparsa, si era occupato del crac della «Fiscom», società al centro di mastodontiche distrazioni di capitali sporchi nelle quali avrà ruolo di rilievo Enrico Nicoletti, il «cassiere» della Banda della Magliana finito sotto processo per bancaratta fraudolenta insieme tra gli altri a Michele Di Ciommo, il «notaio» della stessa banda che comparirà anche nel fallimento dell’«Ambra assicurazioni» e in una lunga serie di «affari» come il caso De Lorenzo, le vicende IMI-SIR e «Toghe sporche». Non solo. La «Fiscom», società fondata da personaggi come Giorgio Paolini, prestanome dell’ex amministratore delle ferrovie Lorenzo Necci e tra i cui soci compariva anche il generale Walter Bruno, iscritto alla P2 ed ex proprietario dell’«Ambra», risultò connessa a sua volta con un’altra controllata, la «Cima», un cui socio, Alfonso Conte, verrà accusato dai pentiti di riciclaggio di fondi della camorra. Nelle perquisizioni presso la sede della «Cima» verranno trovati messaggi indirizzati ai faccendieri Flavio Carboni e Francesco Pazienza, gli stessi che avrebbero intrattenuto rapporti con i giudici del Tribunale fallimentare di Roma finiti di recente sotto indagine per vicende uguali a quelle di allora: «parcelle d’oro», assegnazioni pilotate delle cause… «Mio marito mi diceva: secondo me dietro questi crac c’è la camorra… I comportamenti di alcuni colleghi gli apparivano poco chiari… Non riusciva a ottenere in tempi rapidi risposte dai periti… » racconta ancora Nicoletta Grimaldi. Nel 1992, due anni prima della sua scomparsa, suo marito tornò da una vacanza e scoprì che gli era stato revocato l’incarico su un altro fallimento delicatissimo: quello della «Casina Valadier», di proprietà di Giuseppe Ciarrapico. «Paolo, a quel punto, decise lasciare il tribunale fallimentare. Continuò però il suo impegno civile su quel fronte. Anzi, non si dava pace. Chiedeva consigli ai colleghi più anziani. Voleva testimoniare da privato cittadino, come persona informata sui fatti». Il magistrato, qualche giorno prima di sparire, parlando al telefono con il pm di Milano Carlo Nocerino, aveva annunciato la sua intenzione di informarlo su fatti riguardanti le indagini allora in corso sul crac dell’«Ambra assicurazioni». Il pentito Francesco Elmo, anni dopo, dichiarerà che il giudice Adinolfi era stato ucciso dalla Banda della Magliana su mandato dei servizi proprio in relazione al caso «Ambra». Elmo racconterà di aver visto il magistrato poco prima della sua scomparsa in un albergo di Roma insieme a due persone, e poi di aver riconosciuto quei due accompagnatori del giudice (un agente segreto e un affiliato alla gang romana) grazie alle informazioni fornitegli da Mario Ferraro, colonnello del SISMI che pochi mesi dopo sarà trovato «suicidato» tramite impiccagione a un termosifone. Quelle rivelazioni, supportate peraltro da quelle di un altro collaboratore di giustizia, il suddetto «notaio» della Magliana Di Ciommo che parlerà di mazzette date a magistrati del tribunale fallimentare di Roma proprio ai tempi del crac della «Casina Valadier», fecero riaprire nel 1996 le indagini sulla scomparsa di Adinolfi. Il resoconto di quella strana riunione nell’hotel capitolino, però, non fu mai supportato da fatti concreti. Anzi. Le parole del collaboratore di giustizia Elmo furono smentite dai successivi accertamenti della procura. Scrive il pm Cannevale prima di firmare la sua resa: «(…) È certo, in conclusione, che le indagini sono rimaste ben lontane dal raggiungimento di risultati utili all’esercizio dell’azione penale (…)».

7 febbraio 2005 pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 10) nella sezione “Interni”

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